lunedì 28 maggio 2012

Il senso


Oggi chiedo alla signora Carla se sa in che anno siamo. Lei mi risponde che siamo nel milleeee…novencentoooooo….settantotto! Poi mi guarda, socchiude un pochino gli occhi e mi dice: “No… forse no.. è che questa è una data che mi viene sempre in mente.. non so perché..si vede che sarà successa qualche cosa che mi ha segnato..” . E’ in questo reparto da pochi giorni ed è convinta di essere qui dentro dal 1978. QQeerj.ddQualche giorno fa era nella sua casa. Invece oggi si trova in questa sala da pranzo, su una sedia a rotelle, ad un tavolo, che aspetta che arrivi il pranzo. Bè, dopo tutto sono già le 10 del mattino.

Qualche tavolo più in là c’è la signora Gina. La signora Gina non fa altro che urlare. Probabilmente verrà spostata in psichiatria tra poco, perché nessuno riesce a relazionarsi con lei. Perché nessuno si prende del tempo per relazionarsi con lei. Perché nessuno ce l’ha del tempo per relazionarsi con lei. Perché nessuno riesce a relazionarsi con lei? Perché nessuno si prende del tempo per relazionarsi con lei? Perché nessuno ce l’ha del tempo per relazionarsi con lei? E allora lei urla. Finchè tu non vai lì, le chiedi se ha bisogno di qualcosa e lei non ti sa rispondere; allora torni dalla signora Carla, che non dovrebbe essere interrotta: su una giornata di 24 ore, viene considerata da qualcuno per 11 minuti, dovrebbe avere il diritto di avere questi 11 minuti per lei. Torni dalla signora Carla e Gina ritorna a urlare. A strillare. Uno diventa pazzo. E nel salotto della signora Carla nessuno strillava. Invece lei ora è qui. Ieri era a casa sua, oggi è qui.

È qui con una vita che non ricorda. Non sa perché sia qui, e neanche sembra importargliene. I progetti che facciamo oggi, le risate che non dimenticheremo mai, i pianti che ci fanno stare male come non staremo mai più, i litigi da cui non riusciamo a venire fuori, i regali magnifici che pensiamo, le serate in cui ci sentiamo di spaccare il mondo, i concerti che ci fanno emozionare, i momenti che viviamo così intensamente..domani diventano niente. Ed è difficile questo punto di vista. Non si capisce. Non si capisce perché se la signora Carla è importante tanto quanto mia nonna, e questo è un postulato imprescindibile, se lei è importante tanto quanto mia nonna, perché mia nonna ha sempre avuto accanto 10 nipoti e un marito che è morto per lei e la signora Carla invece è in questa sala insieme alla signora Gina ad aspettare il pranzo alle 10 del mattino, senza una storia da raccontare perché non la ricorda?

E quando esco di lì, con la musica nelle orecchie, con gente che mi dice all’orecchio che vuole una vita spericolata, mi parla di piccoli uomini, mi svela che ha fatto l’amore in tutti i luoghi e in tutti i laghi.. mi viene da chiedermi il senso.

Esco da li e vado in bicicletta, con la pioggia che mi bagna e che non mi importa perché tanto quando sei bagnato sei bagnato. Il problema è quando non sei bagnato che allora rischi di bagnarti, ma se sei bagnato non rischi più di bagnarti.






martedì 22 maggio 2012

Sono qui.






Sono qui.

Un libro, una sigaretta, un divano. Riesco a prestare poca attenzione al libro. Non se lo merita. Continuerò domani. Così concentro la mia mente sui pensieri. Pensieri al tramonto di una giornata. Questa.

Il paziente preferito dimesso da qualche settimana. Oggi spero che passi a trovarmi. Aveva detto che l’avrebbe fatto e gli ho creduto. Perché è tante cose, ma anche un uomo di parola. Spero che arrivi oggi. Oggi ho più voglia di vederlo rispetto a ieri. E domani non è detto che ne avrò. Spero arrivi oggi. Oggi è il giorno giusto. Si apre la porta e il suo plateale “BUONGIORNO!” trasforma la luce della speranza in favolosa realtà e inizia una poesia.

Guardo le signore camuffate per Carnevale che ridono e fanno ridere e nella mia testa si disegna l’immagine dello zucchero sparso sul tavolo della colazione; quello che, a causa dell’ora mattiniera, non è giunto a destinazione, e tu, ancora addormentata, spazzi via con una mano, senza pensarci. Disperdendo così nel vuoto i granelli, con nessun riguardo.

Ripercorro la conversazione con un’amica nel pieno del suo tanto sognato progetto, nel suo tanto invidiato coraggio. La guardo con ammirazione, con stima. Non capisco se vorrei essere io a raccontare la sua storia. Intanto le racconto la mia. E capisco che vorrei fosse quella di un altro.

Ripenso a questi giorni di casa vuota, alla mia paura di trascorrere minuto dopo minuto qui con me, sbirciando dietro l’angolo per vedere se il mio terrore è lì che mi aspetta. Sono così impegnata a cercarlo che non mi godo la mia tranquillità. Ogni attimo che trascorre mi sento sopravvissuta e mi preparo per l’attimo dopo, sperando di riuscire a superare anche quello. Mi commuovo per i gesti di affetto. Mi arrabbio per i gesti mancati. Mi complimento perché mi accetto così e consapevolmente mi riconosco.

Ho stampato di sottofondo, nella testa, quella confidenza e l’anima è una festa.

Sorrido. Con me.



mercoledì 16 maggio 2012

Gente


Gente. Tanta gente. Troppa gente. Affrettata, stressata, frustrata, confusa. Distratta. Tutti corrono, tutti vanno. Non importa dove vadano, l’importante è andare. Corrono al lavoro, a prendere i figli a scuola, dal parrucchiere. Un lavoro che non piace, dei figli che non conoscono, un parrucchiere dal quale devono andare, perché se no. Se no? Frenesia pazzesca di vita che mi impedisce di vivere. Corsa folle di un’esistenza che si è dimenticata di esistere. Di essere. Preoccupata che il grattacielo sia abbastanza alto, ignorando che la sua altezza copre il cielo. Non respiro.

Cammino osservando la corrente intorno a me: mi mette ansia, mi preoccupa, mi spaventa.
Mi trascina in un circolo di pensieri che non riesco a gestire, perché non ne sono in grado, dal momento che una parte di me ancora è umana. Faccio uno sforzo per rimanerne fuori e, a fatica, ci riesco. Mi tranquillizzo recuperando a poco a poco il mio passo , recuperando a poco a poco il mio ossigeno, mentre mi aggrappo ai pensieri felici; mi aggrappo alle persone e rimango di qua, insieme a chi ci crede. A chi, come me, non vive, ma almeno ne è consapevole e ha la speranza, l’impegno, il progetto e il sogno di tornare a farlo prima o poi e io inizio a illudermi che sia possibile.

Respiro.

Vengo urtata da un gomito scomodo che teme di arrivare in ritardo all’appuntamento con la non vita. Mi riporta alla realtà dalla quale cerco di uscire. Mi riporta nel caos di chi non crede, perché non sa più come si fa. Avere qualcosa in cui credere. Averlo e battersi per questo. Rincorrerlo. Usare le proprie energie per un sogno. Credere che c’è dell’altro. Credere che cambiare il punto di vista è possibile. Credere che un cielo è più grande di un grattacielo. Non respiro.

La musica mi aiuta: mi carica, mi regala energie che il mondo mi toglie; mi regala speranza che persone mi tolgono. Penso al mio progetto mentre riordino la mia testa, i miei pensieri, le mie persone, i miei obbiettivi, le cose che voglio cambiare, le cose che non voglio perdere. Butto fuori la complessità, l’ignoranza e la stupidità avvolgendomi in un’atmosfera armonica di semplicità e inizio a pensare che sia possibile.

Respiro.

Un clacson suona di fianco a me. Un altro lo segue. Un finestrino scende e degli insulti salgono. Code si formano e freni stridono. Non so dove mettere i piedi. Non voglio intralciare, non voglio mischiarmi, non voglio sporcarmi. Cambio strada. Una mamma sgrida il bambino che è caduto, un cane legato fuori dal negozio ulula il suo disappunto, un uomo in giacca e cravatta scocciato cerca di superare una signora sovrappeso che occupa gran parte del marciapiede. Non respiro.

Scorgo un vecchietto seduto su una sedia fuori dal bar. Osserva quel che accade intorno a lui. Forse aspetta qualcosa? Me lo chiedo, ma immediatamente mi rispondo che no, non aspetta nulla. Se, sbagliando, voleva aspettare qualcosa, avrebbe già dovuto farlo perchè ora non ha più tempo per aspettare; ora tira le somme, ricorda, rimpiange o si complimenta dei successi.

Si riposa.

Siede su una sedia e riposa.

Mi siedo vicino a lui e cerco di rubargli un po’ di calma. Mi impegno per farmi invadere dalla sua tranquillità, dalla sua serenità di uomo arrivato, di uomo che non deve più correre, che non vuole più correre e inizio a credere che sia possibile.
Respiro.

Sono qui, seduta. Io aspetto qualcosa: aspetto il cambiamento. Che arrivi nel mio privato e che cambi le persone intorno a me, loro e il mio modo di vederle; le persone più intime e quelle che non conosco, ma che sono prepotentemente protagoniste nella mia vita. Aspetto di crescere, di maturare. Di capire.
Aspetto il cambiamento. Che arrivi nel pubblico: in questa Italia che dovremmo fare noi e che non facciamo, oppure ci proviamo senza convinzione o ci proviamo da soli; oppure ci rinunciamo.
Poi mi accorgo che non è il mio tempo di aspettare; il mio tempo arriverà e allora anche io, lo so, mi siederò su quella sedia. A tirare le somme e a ricordare. Ma adesso non posso perché devo uscire e devo cambiare le cose. Lo devo fare ora e lo devo dire agli altri. Tutti le devono cambiare.
Io decido di iniziare da me e credo che sia possibile.

Ama il prossimo tuo come te stesso.

Se non amo me, non riesco ad amare te. O se ti amo come amo me, non ti amerei come meriti.

E il mio cambiamento inizia da qua.

Respiro.

sabato 12 maggio 2012

Alexander.


Alexander ha 18 anni.
Alexander è stato abbandonato dai suoi genitori che lo hanno portato in una casa per ninos especiales e non vengono più a trovarlo. Suo fratello più piccolo è morto qualche settimana fa. Ma questa è la solita storia, detta e ridetta, ascoltata così tante volte che non fa neanche più effetto.
Alexander, un giorno alla settimana, più precisamente il mercoledì, va a scuola. Sta facendo la terza elementare da così tanti anni che si è convinto che la scuola sia la terza elementare.
Alexander, tutti i mercoledì, si alza quando gli altri ninos especiales ancora dormono, e fa colazione con chi sta dietro le quinte, con gli assistenti, con tutti quegli assistenti che tutti i mercoledì gli dicono: Alexander, buenas dias! Como estas? Dormito bien? E lui sorride, contento perché per questa mattina può stare anche lui dall’altra parte, perché il mercoledì lui va a scuola e addirittura ha il permesso di tornare da solo.
Alexander, tutti i giorni in cui va a scuola, viene preso in giro dai suoi compagni di classe che hanno 10 anni in meno di lui. Viene preso in giro perché cammina gobbo, perché è lento, perché mentre mangia può capitare che si addormenti.
Viene preso in giro perché porta i classici occhiali del bambino da prendere in giro. Perché fissa il vuoto e non si capisce bene che cosa dica quando parla.
I bambini lo prendono in giro perché vedono lo spettacolo di un diciottenne contento, proprio come uno di loro, come un bambino, quando gioca a biglie, lo prendono in giro perché forse non hanno mai provato a giocare con lui.
Ma forse a lui non è permesso essere così contento.
I bambini lo prendono in giro perché sono bambini.
Ma forse non sono importanti le motivazioni di quello che si fa, forse è importante quello che si fa.
La cosa pazzesca, la cosa veramente pazzesca, è che Alexander non vede l’ora di andare a scuola. Non vede l’ora che sia mercoledì, per potersi sentire normale per un giorno, in  mezzo a gente che normale ci si sente.

mercoledì 9 maggio 2012

Un'altra vita.



Aspetto un tuo momento di concentrazione e ti spio. 

A poco a poco i contorni si fanno più sfuocati, fino a scomparire del tutto e rimane solamente un’enorme distesa, dove ci sei soltanto tu. Mi ci accoccolo dentro e ti vedo. Insieme alla tua famiglia che raccogli il grano sotto il sole. In bianco e nero. Non sono capace di vederti giovane e a colori. Pieghi la tua schiena e carichi mille spighe sulle tue braccia con una forza che non facevo tua. Un sospiro, una parola e poi di nuovo a lavorare, tante ore al giorno, per tanti giorni, come mi racconti sempre. Una goccia di sudore e la tua voce mi riportano nella nostra stanza.

“Elena, guarda come viene bello!”.

Ed eccoti lì, seduta. Molte volte ti ho invitata a scendere da quella carrozzina e a sederti su una sedia, ne sei capace, ma non vuoi; la carrozzina ti dà sicurezza ormai, non riesci a staccartene. E allora te ne stai lì, con il disegno di un fiore davanti, muovendo le matite con una precisione invidiabile alla tua età, i denti in fuori, mi piace pensare per la concentrazione, ma tu sempre mi ricordi:  “Figuriamoci se è per la concentrazione; la dentiera mi fa male e non riesco a tenerla al posto giusto!”.

E non ti importa nulla.

Ti importa così poco di quel che accade intorno a te che con il tuo vocione spesso fai notare come i disegni delle altre signore siano brutti in confronto ai tuoi. Con “le altre signore” lì presenti. Io ti sgrido, ma sotto sotto rido, per la tua limpida schiettezza. Per la tua verità detta così sinceramente.

Mi complimento per la tua bravura, ti sorrido, aspetto che torni al tuo lavoro di oggi, così diverso per milioni di aspetti da quello di tanti anni fa, e poi, di nuovo, rubo un attimo tuo.

Tu nella sala da ballo, bella come non riesco a immaginarti, con un vestito blu come mi racconti, con la musica che ti piace e con tutti quei ragazzi che ti invitano a ballare. E’ lì che l’hai conosciuto ed è lì che l’hai lasciato. Per il volere degli altri, per dei motivi che io non riesco a capire, per dei tempi diversi. Per tanti rimpianti che porti nel cuore ancora oggi e porti a me con una triste cantilena.

Prendo la chitarra e strimpello qualche cosa, per farti piacere, per addolcirti, per regalarti un momento di serenità. Tu neanche alzi gli occhi, perché sei brusca e fredda. Allora io apposta smetto. E tu immediatamente alzi la testa e dici: “Nooo Elena! Suona ancora!” come un generale, come chi ha capito quali sono le cose che contano. Volentieri ricomincio e creo una colonna sonora al mio viaggio dentro di te.

Ti sei sposata giovane, troppo? Non lo diresti mai. Con un uomo “bello” è la prima cosa che dici e forse inconsciamente sottolinei la tua scelta sbagliata. Era anche buono, ma l’importante era che fosse bello. Hai avuto due figli e poi “hai chiuso i battenti”, troppa fatica.

E ora sei qui, a 93 anni e non mi sai svelare il segreto.

Come faccio ad arrivare così alla tua età?

E che ne so io??

Fumavi?

No, mai! Neanche per provare!

Bevevi?

No, ma che bere??

Facevi sport?

Neanche per sogno! Lavoravo io!

Ma una risata ogni tanto? Qualche divertimento?

Ma che divertimento? Non mi sono mai divertita io! Ho lavorato, fatto i figli e lavorato!

Però, quando riesco a farti ridere, o a farti sorridere, riesco a vederti in quella sala da ballo, a volteggiare con la vita che non hai avuto; riesco a vedere quella serenità assopita dentro di te che appena affiora... 

E allora sì che tutto è a colori.


domenica 6 maggio 2012

Un pomeriggio d'agosto.



Un pomeriggio d’agosto di un anno in cui ero più piccola di ora.

È solo un frammento. Potrebbe diventare qualcosa di più se solo chiedessi di raccontarmelo. Potrebbe diventare qualcosa di più se il mio ricordo volesse diventare di qualcun altro. E allora mi tengo il mio frammento, che se è mio non è più solo.

Non ricordo il caldo, ma ricordo come ero vestita (maglietta, pantaloncini corti e sandali) quindi immagino che ci fosse caldo. Non ricordo tutti i bambini che erano intorno a me, ma ricordo che erano tanti. Non ricordo tutta la gente che era intorno a me, ma ricordo chi mi tiene per mano.

Non mi ricordo nient’altro di quella estate, né in che città fossimo, né quali altri posti avessimo visitato. Ricordo solo questo frammento di pura felicità per un’emozione mai provata prima. Un misto di scalpitante eccitazione e di avventurosa prudenza.

Chiudo gli occhi. E improvvisamente mi ritrovo per mano a mio papà mentre camminiamo su una persona gigante. Il mio entusiasmo è palpabile! Gulliver! E io sono una lillipuziana! Non la so tanto bene quella storia, ma mio papà me l’ha raccontata prima, quando siamo entrati in questo parco giochi, e allora io la sto vivendo.

Mi trovo sopra la pancia gigante di un uomo che è stato ritrovato svenuto sulla nostra spiaggia. Ma sono scemi gli altri bambini che corrono? Non sanno che può essere pericoloso? Noi non siamo neanche grandi come una sua unghia, solo il mio papà è grande come una sua unghia, ma non basta se questo uomo gigante decide di svegliarsi. Va bene, ora dorme, ma si deve stare attenti lo stesso, questa statua gigante sembra vera e ricordo perfettamente mentre devo usare anche le mani per scavalcare una piega della giacca dell’immenso Gulliver.

È solo un frammento. Il mio frammento. Del primo ostacolo che mi sono trovata a superare.

Io trotterello tranquilla, mollando la salda mano al mio fianco solo se strettamente necessario, immersa nella mia avventura, consapevole che è solo un gioco, ma ignara che difficilmente mi sarei sentita ancora così.

Così grande.

sabato 5 maggio 2012

Buon inizio.

Potrei raccontare chi sono io. Spiegare perchè voglio cominciare un blog. Dire due parole sul titolo che ho scelto. E introdurre i contenuti che vorrò postarvi.


Ma non farò nessuna di queste cose.


Volevo cominciare un blog e, finalmente, oggi faccio questo. Magari poi si capirà chi sono io, o il perchè ho voluto aprirlo, o il motivo del suo nome. Magari no. Spero in ogni caso che i contenuti si intendano anche senza un'introduzione. Magari no.


Gli auguro che tu abbia voglia di leggerlo, ti piaccia, chiami il tuo amico e gli dica: "Gigi, devi assolutamente leggere questa cosa, è magnifica!". E auguro a me che Gigi sia un editore, che ciò che ho scritto piaccia anche a lui e io diventi famosa.


Gli auguro anche solo che tu abbia voglia di leggerlo, ti piaccia, lo consigli a Gigi che non è nessuno e a lui non piaccia. In questo caso auguro a me che Gigi almeno sia carino.


Gli auguro anche solo che tu abbia voglia di leggerlo. Se non ti piace a me piacerà lo stesso. Auguro a me che tu non sia così tanto mio amico. Probabilmente sei più amico di Gigi che mio.


E con questi auguri dò il via.


Fai buon viaggio senza saperlo, un giorno.