domenica 25 novembre 2012

Il 102enne.




Il 102enne, così lo chiamiamo.

Ha molte rughe; gli occhi quasi faticano ad aprirsi da quanto sono numerose. Ma non appena ci riescono, il loro colore azzurro cattura il tuo sguardo e la sua luce sbiadisce in un attimo ogni piega del viso.

E’ un uomo alto; talmente alto che è difficile capire come abbiano fatto ad accartocciarlo in modo tale da farlo stare seduto su quella carrozzina. Eppure è lì, pacifico e sereno, ad aspettare che qualcuno lo faccia camminare, o che qualcuno lo faccia chiacchierare un po’.

Oggi arrivo io, mi presento, lo saluto, gli domando.

“Mi scusi signorina!! Urli un po’, perché sono sordoo!”

Diventiamo amici in fretta e ancora più in fretta rimango affascinata dalle sue parole e dal suo racconto. Perché sono interessanti. E perché vengono pronunciate con una calma e una tranquillità avvolgente. Che faccio mia; così che le nostre storie possano incontrarsi e percorrere anche solo un minuscolo tratto di strada insieme. La mia ha tutto da guadagnarci.

Ha vissuto entrambe le guerre. Della prima ricorda poco, della seconda non è riuscito a dimenticare nulla.

Si è sposato due volte, ma non ha avuto figli.

Ha studiato pianoforte e sempre, per tutti i suoi 102 anni, ha dipinto.

“Con tempere ad olio, matite, acquerelli, qualsiasi cosa. Mi bastava disegnare!”

Gli mostro allora i nostri materiali, gli porgo un foglio e lo invito, se ne ha voglia, a dipingere quel che vuole.

Inizia a lavorare, assorto e concentrato, tanto da creare una bolla di vetro trasparente tra lui e il resto della stanza. E’ immerso nella sua arte e niente lo può disturbare. Il pennello si muove con lentezza e con meno precisione di un tempo, ma l’effetto sul pittore è rimasto immutato. La minuziosa scelta dei colori, le pennellate brevi e tremolanti fanno di me una spettatrice fortunata.

A disegno terminato gli domando se di solito attribuisce un nome a ciò che ha creato e dopo una sua risposta affermativa decide di chiamare l’ultimo: “Paesaggio”.

Sento che per oggi il nostro pezzettino di strada insieme l’abbiamo compiuto e sta giungendo al termine, ma non voglio concluderlo in maniera banale e brutale. Codardamente aspetto che sia lui a fare la prima mossa. 102 anni di esperienza non mi deluderanno. E infatti non lo fanno. Ma non credevo che sarebbero riusciti addirittura a lasciarmi senza parole. Almeno non più di quanto abbiano già fatto.

“Signorina, io ora dovrei andare, può accompagnarmi giù per favore?”

“Certamente! Al 4° piano giusto?”

“No, veramente al piano rialzato”. Anziana semplicità.

“Come al piano rialzato? Lì sono ricoverati i pazienti con Alzheimer, lei non ce l’ha. Guardi che si trova al 4° piano la sua stanza”. Giovane presunzione.

“Sì, la mia stanza si trova al 4° piano, – mi spiega lui con pazienza- ma mia moglie si trova al piano rialzato. Mi sono fatto ricoverare in questa struttura per poter stare vicino a lei. Al mattino vengo qui al 5° piano a fare ginnastica, ma appena finisco mi faccio portare da lei. Pranziamo insieme e poi stiamo lì. Insieme. Lei a volte mi riconosce. Magari non sempre. Ma so che ogni volta è contenta che io sia lì. E io ora vorrei andare a pranzare insieme a mia moglie. Lei mi aspetta.”

Non so cosa dirgli.. Ma in verità non credo che ci sia nulla da dirgli.. Forse in 102 anni ha già sentito abbastanza parole inutili.

Prendo allora le maniglie della sua carrozzina e inizio a spingerlo verso l’ascensore. Mentre l’attendiamo mi racconta che sua moglie si trova qui già da un po’ di tempo e lui prima veniva a trovarla tutti i giorni. Oramai però è stanco e non ha più voglia di vivere da solo. Così ha deciso di entrare qui. Per evitare di fare tutti i giorni, avanti e indietro, la strada da casa sua alla nuova casa della moglie.

Arriviamo al piano rialzato. Digito il codice per poter aprire la porta e lui mi dice a che tavolo portarlo.

“Non c’è ancora mia moglie, sarà in giro. Le piace camminare.. Ah, eccola che arriva”

Una minuta signora dall’aria spensierata si dirige verso di noi a piccoli passi; arriva dal marito e, prendendogli la mano, gli dice: “Sei arrivato!”. E poi prende posto vicino a lui.

Sono seduti uno vicino all’altro. Entrambi guardano davanti a loro. In silenzio. Ma parlandomi di amore.

martedì 13 novembre 2012

Conversazione.



“Dai, non fare sempre così..”

“Così come?”

“Come fai sempre..”

“Io non faccio sempre così, io faccio quello che faccio e stop.”

“Ok, va bene, hai ragione tu. Però ora fidati di me. Provaci.”

“Lasciami in pace”

“Poi ti lascerò in pace”

“Senti, mollami, non hai altro da fare?”

“Questo mi preme di più”

“Finirai prima o poi di assillarmi?”

“No, non smetterò mai di prendermi cura di te”

… … … …

“Ok, l’ho fatto? Sei contento?”

“Aspetta ancora un attimo”

“Mi sono rotto”

“Dai, ancora un attimo”

“Non ce la faccio più”

“Non ce la fai più a stare lì in piedi con le gambe larghe, le braccia alzate, le mani aperte e una risata sulle labbra?”

“No, non ce la faccio più, va bene?”

“Va più che bene”

“E allora?”

“Allora cosa?”

“Cos’hai dimostrato con questa cosa? Cos’hai dimostrato chiedendomi di rappresentare col mio corpo la felicità? Volevi farmi fare la figura del deficiente?”

“Ho dimostrato che anche essere sempre felici è faticoso. E impossibile. E non fa bene. Dopo un po’ si ha male, si è scomodi, si è tirati. Si ha voglia di cambiare posizione, di ridere meno, magari di piangere di più, o semplicemente di essere più silenziosi. E poi si avrà voglia di cambiare ancora, perché anche quella posizione sarà difficile da mantenere, e allora si allargheranno le braccia, e poi le si piegheranno e poi incroceremo le gambe e cambieremo, cambieremo. E poi cambieremo ancora.”

“Quindi non fa bene essere sempre felici.”

“La natura umana non è fatta per essere sempre felice o per essere sempre triste. Non è fatta per essere sempre.”

“E allora per cosa è fatta?”

“È fatta, sempre, per essere.”



martedì 30 ottobre 2012

La mamma e il bambino.




“Ey..svegliati…è ora…”
“…mmmhh…”
“Su, forza, la colazione è già pronta..”
“..mm mmh..”

E così la mamma, anche oggi, veste il suo bambino. Mentre ogni tanto lo rassicura dicendogli che è certa che il suo amico Luca non sarà più arrabbiato con lui. Non fa niente se ieri si è dimenticato di dargli una delle sue caramelle, Luca è bravo, se ne sarà scordato.

Il bambino sembra più tranquillo. La mamma ha sempre ragione. Incredibile come la mamma non sbagli mai. No, certamente Luca non sarà più arrabbiato con lui.

Sono giorni in cui non nevica più, finalmente è arrivato il sole, però le temperature sono ancora basse. Per questo la mamma stringe per bene la sciarpa del bambino, mentre lo fa sedere sul seggiolino della sua bicicletta, legandolo con attenzione perché non cada.

Nonostante il freddo al bambino piace andare in bici. Gli piace vedere il fumo che esce dalla sua bocca. Ma ancora di più ama respirare il profumo della sua mamma, portato al suo naso dall’aria che attraversano insieme, e che lo riscalda dentro. Facendogli scordare del freddo fuori.



Sono passati ormai degli anni da quelle mattinate fredde. E da quel senso di sicurezza provato accoccolato sul seggiolino della bici. Anni in cui un senso di sicurezza, anche solo simile a quello, non l’ha più trovato. Sono cambiate tante cose, ma sempre ci sono delle mani che stringono una calda sciarpa al collo di qualcun altro.

“Che bel sole che c’è!”
“Sì mamma, hai visto che ha smesso di nevicare?”
“Perché? Ha nevicato?”
“Sì mamma, tutto ieri e tutto stanotte.. Ma ora è uscito di nuovo il sole!”
“Che peccato che mi sia persa la neve.. Mi piace così tanto.. Chissà dov’ero mentre nevicava.. Non me lo ricordo più..”
“Non fa niente mamma..”

E con un sorriso malinconico aiuta sua madre a salire in macchina ed è lui ad allacciarle la cintura. Da quando il medico gli ha detto della malattia non vuole più lasciarla a casa da sola; e allora tutti i giorni l’accompagna in quel centro, dall’altra parte della città.

“Dove stiamo andando?”
“Al centro dove ci sono gli altri tuoi amici”
“Quali altri miei amici? Il Giorgio e la Milena??”
“No mamma, non loro… La signora Anna, la signora Maria, il signor Adelmo…”
“Peccato, avevo voglia di vedere il Giorgio e la Milena. È tanto che non li vediamo vero? No.. Non ricordo l’ultima volta che li abbiamo visti... Non ricordo più niente…”
“Non ti preoccupare mamma, andrà tutto bene..”

La mamma guarda le altre macchine, in coda come loro; si pulisce con la mano la gonna perfettamente pulita; apre delle custodie dei cd che ha trovato nella portiera. Torna a sbirciare fuori dal finestrino e pensierosa sospira:

“Chissà come starà quel tuo amico Luca.”





martedì 2 ottobre 2012

Gaia


Tutti i bambini lo sono, senza dubbio; sicuramente. Ma questa è la bambina di Barby e Luca e perciò è diverso. Ed è spontaneo e naturale tenerla tra le braccia pensando:

“E’ un minuscolo, splendido, miracolo”.

Tremano le gambe mentre si è lì ad aspettare, in mezzo ai quasi nonni. E se uno si ferma veramente a pensare a quello che sta per accadere … viene voglia di mollare tutto, fermare il tempo e uscire; andare per strada a raccogliere le cartacce per terra, a non far litigare più le persone in mezzo al traffico; fare di tutto per cercare di rendere questo mondo migliore, perché sta per nascere Gaia e l’unico desiderio in questo momento è che viva in un mondo perfetto. In un mondo per lei. Poi lo sguardo si sofferma negli occhi del papà, che già sono un po’ lucidi e le gambe tornano a tremare, perché allora è vero. Sta per accadere. E proprio in questo momento sta nascendo anche una mamma e a pensarla di là in quella stanza, appena nata insieme alla loro bambina, anche i miei di occhi diventano lucidi e la mente non smette per un secondo di essere convinta che già è un’ottima mamma. Questo papà, che fatica a stare fermo, e questa mamma, spaventata sdraiata su quel letto, già mi sembrano due dei genitori più bravi del mondo. E questa certezza asciuga i miei occhi lucidi e li riempie di una risata di gaiezza.

E poi arriva quel momento in cui torni a credere che il mistero della vita sia un meraviglioso mistero che racchiude l’infinito; un infinito pieno di amore. E ringrazi per questo. Per il suo essere infinito, per il suo essere pieno d’amore, per essere un mistero che si nasconde nella banalità quotidiana e ti lascia improvvisamente senza parole, palesandosi in questo modo, così concreto, davanti ai tuoi occhi. Il momento in cui la tieni in braccio e non riesci a smettere di fissarla ed è impossibile toglierti quel sorriso imbambolato; la guardi e  pensi che non vorresti essere in nessun altro posto se non lì in quel momento, con quel minuscolo, splendido, miracolo che dorme appoggiata tra le tue braccia, tutto ad un tratto, troppo grandi.

E’ nata la bambina che cambierà il mondo.

Almeno il nostro. Che in realtà lo ha già cambiato, perché per cancellare i problemi di tutti i giorni basta pensare alle sue labbra ballerine mentre piangono, o alle sue lunghissime manine che si muovono alla disperata ricerca di qualcosa che prima c’era, ma che ora non trovano più, e  scopriranno che, anche se non la sentono come prima, la loro mamma sarà sempre lì per loro.

La sua mamma e il suo papà saranno sempre lì per lei.

A riempire di amore questo meraviglioso e infinito mistero della vita, che tu oggi ci hai ricordato.


lunedì 24 settembre 2012

Bosco




E’ notte. Qualcuno dorme, qualcuno è sceso in paese. Io sono a fare due passi. Sono qui, ad appoggiare i miei piedi negli stessi piedi che avevo a quindici anni. Ricerco proprio le stesse impronte, la stessa forza con cui il piede spingeva sulla salita, la stessa inclinazione della pianta, lo stesso ritmo. Mentre intanto il freddo pungente, che c’è sempre a Bosco di notte, mi riscalda dentro.

Arrivo al muretto, guardo Verona illuminata, mi commuovo per l’ennesima volta di fronte a questo quadro, invidiandolo perché lui è riuscito là dove io non ce l’ho fatta. E’ sempre stato più bravo di me a farci rimanere senza parole, ma sempre pensavo che prima o poi, cambiando, crescendo, diventando grande ci sarei riuscita anche io, avrei capito come faceva lui a far rimanere lo spettatore a bocca aperta. E invece lo capisco oggi qual è la sua vittoria.

Mi fermo ad ammirare. Cerco di non avere pensieri in testa, non ne ho voglia. Ho voglia solo di stare qui in piedi a guardare questo film: la città dell’amore sullo sfondo e in primo piano dei baci appena nati, dei segreti confidati, delle cattiverie sfogate, dei pianti raccolti, delle promesse fatte. Non ne avevo idea, ma mi sono accorta che avevo tutte le immagini con me e guardando laggiù qualcuno ha schiacciato play.

Guardo in alto e, fedele come ogni volta, c’è questo cielo diverso da tutti gli altri, con quelle costellazioni che tanto avrei voluto scoprire per il mio compleanno, e, come quella volta, vedo una stella cadente, che forse è un satellite, ma poco importa, gli occhi li chiudo lo stesso e oggi il desiderio si avvera.

Sono improvvisamente più piccolina, più bella, più sorridente. Sono improvvisamente più felice.

In questo nuovo corpo riprendo la mia passeggiata vivendo le immagini che prima solo guardavo e non sentendo più quel freddo che mi accarezzava durante la discesa, perché ora accanto a me c’è qualcuno.

E non importa chi sia, non importa se è il mio ragazzo o se la mia migliore amica o l’ennesima persona che mi aveva posto la fatidica domanda: “Dopo parliamo?”; non importa cosa ci stessimo confidando, su cosa stessimo ridendo, quale stupida incomprensione cercassimo di risolvere. Importa che non stavo camminando da sola. Che su quella strada ero accompagnata, affiancata, sorretta.

Non importa neanche quale storia stessi raccontando o stessi ascoltando, quale consiglio stessi ricevendo o stessi regalando, quale scelta stessi reputando giusta o sbagliata; non importa per cosa stessi piangendo o per cosa stessi consolando. Importa che qualsiasi cosa stessi facendo, la stavo facendo come se il mio mondo fosse solo lì in quel momento, come se quella fosse la cosa più importante e io dovessi farla nel migliore dei modi. Perché quella era la mia vita. Il mio mondo in quel momento eravamo noi due e quello che stava succedendo. E l’altra caratteristica che rimpiango è che l’altra persona in quel momento provava le stesse cose. Un po’ è la magia di Bosco. Un po’ è la magia di quell’età.

Quando non hai grandi pretese, quando tutto quello che ti serve ce l’hai a portata di mano, quando ancora credi nelle cose belle e quello che conosci ti basta. Quando non ti importa di chi va in Grecia o chi si sposa o chi aspetta un figlio, perché tu sei felice così. Camminando per questa strada di Bosco. Quando sei una persona buona, quando ancora non sei affaticato dalle giornate, dalle persone che incontri, quando ancora scopri quella luce negli occhi di chi guardi che ti guarda.

Quando per una minuscola cosa il tuo mondo crollava, si distruggeva in mille pezzi e mai avresti potuto recuperarli! E con la stessa facilità con cui era caduto, qualcuno te lo rimetteva in piedi in un secondo.

Sono qui, che continuo la mia salita per arrivare alla villa e andarmene a letto, non più sola, ma accompagnata, e di ogni passo mi godo la mia felicità, contenta perché sto camminando con qualcuno. E, ancora di più, ad ogni passo mi godo la felicità di chi cammina con me, contento perché sta camminando con me.

E dò una spiegazione alla vittoria di quel quadro: lui non è diventato più grande.



lunedì 10 settembre 2012

Solo la forza di un ventenne e la speranza di arrivare a casa..




“Mia madre non riusciva più a stare in piedi.”

È strano sentirlo parlare di sua madre. Lui ha 90 anni; non è facile pensare che sia esistita una madre e che lui non sia nato così, novantenne. Che sia stato giovane e addirittura piccolo. Con una mamma e un papà. Una mamma e un papà che per anni non hanno avuto più notizie di lui; per anni, tutti i giorni, in ogni momento. A chiedersi se loro figlio fosse vivo. O se fosse morto.

“Sono stati tre mesi di terrore. Puro terrore.”

Forse è anche per questo che fatico a pensarlo giovane. Porta così tante storie sulle spalle che magari queste l’hanno invecchiato prima del tempo.

Ha altre due lauree oltre a quella del Conservatorio che gli ha insegnato l’arte del violino e del pianoforte, trasmettendogli uno sconfinato amore per la musica. Dipinge, è appassionato di storia e di cultura in generale. E ha fatto la guerra.

“ Non ci si poteva muovere in gruppo perché era pericoloso. Non ci si poteva muovere di giorno perché era pericoloso.”

Alle volte entra e suona un po’ il piano, regalandoci un tranquillo sottofondo; altre entra e mi prende bonariamente in giro, facendomi ridere quando sono umanamente calma, seccandomi quando sono stupidamente di corsa. Ci sono dei giorni in cui passa e osserva gli altri signori che lavorano, altri giorni in cui prende un mazzo di carte e mi spiega dei giochi con queste.
Oggi entra e mi racconta la sua storia come non me l’ha mai raccontata prima.

“Io ero a Grosseto quando ci fu il Proclama Badoglio dell’8 settembre. Ci hanno dato l’ordine di tornare alle nostre case. Di punto in bianco. Mollare tutto e tornare a casa. Io dovevo risalire tutta l’Italia fino a Vicenza. Abbiamo sotterrato le armi in una buca e abbiamo cambiato i vestiti in vestiti civili. Da quel preciso momento i tedeschi erano nostri nemici e se ne incontravi uno per strada ti ammazzava.”

Seduto su quella carrozzina con il pigiama azzurro e un maglione, anche se siamo ad agosto, mi confida queste cose compiendo delle pause, pensieroso, raccontando tutti i dettagli, dando la certezza che il suo matrimonio felice e decenni di musica, non sono riusciti a rimuovere le cicatrici scolpite nella sua mente.

“Ho mangiato uva e foglie di viti per tre mesi. Avevo una fame immensa e il terrore di essere trovato. Soltanto la forza di un ventenne e la speranza di arrivare a casa…

E poi mi sono ritrovato di fronte il Po. Dovevo attraversarlo. Sono stato fermo qualche giorno aspettando qualcosa. E poi è arrivato. Non ho  neanche avuto il tempo di ringraziarlo. Mi ha salvato la vita e io non l’ho neanche ringraziato. Pazzesche le circostanze del nostro mondo.

Lui era un pescatore ed era arrivato lì con la sua barca. Mi disse che mi avrebbe portato dall’altra parte. Dovevo solo mettermi sotto la sua barca. Avrei fatto la traversata sott’acqua. Tirando fuori la testa quando dovevo respirare. Ci mettemmo un giorno. Solo la forza di un ventenne e la speranza di arrivare a casa…”

Smette per un attimo di parlare. Ha bisogno di un momento di pausa. Seduto sulla carrozzina, tiene sempre i piedi poggiati a terra e, con le pantofole che anche mio nonno portava, si spinge verso il pianoforte suonando qualche nota distrattamente.

C’è un’aria surreale. Un presente che stona, invaso dal passato che improvvisamente ha fatto irruzione in questa stanza, con tutta la sua resistenza e la sua pesantezza.

Mentre tento, con fatica, di figurarmi davanti agli occhi l’azione estrema di un uomo attaccato con tutte le sue forze al fondo di una barca, ecco che, strisciando le pantofole, quest’uomo torna da me e, con gli occhi per lui insolitamente umidi, riprende a raccontare.

“E poi sono arrivato in un paesino appena fuori Vicenza. Dopo tre mesi di viaggio ero lì. Non volevo correre rischi ora che quasi c’ero. Bastava che incontrassi un tedesco e tutto sarebbe stato inutile. Allora stetti per due giorni nascosto in un fienile. E poi, una mattina, un contadino mi riconobbe. Era un amico di famiglia. Mi disse che mi avrebbe portato lui dai miei genitori. Loro si trovavano in un grande capannone, insieme a tutti gli altri genitori. Nessuno sapeva niente dei propri figli. Stavano lì e aspettavano. Pregando di veder arrivare il proprio figlio. Aspettavano e pregavano. Uniti dalla stessa speranza.”

Ed è con voce tremante e gli occhi appannati che mi racconta il momento in cui ha fatto il suo tanto atteso ingresso nel capannone. E nelle sue lacrime riesco a vedere la gioia di suo padre quando lo scorse e quando si abbracciarono; e la madre, incredula, come stordita, che non riusciva più a reggersi in piedi.

                                                                                                                                                                                             Milagroso...


mercoledì 29 agosto 2012

(Quasi) 3000 km in un quadro..




Forse è stato un sogno. O forse è stata una poesia. Più probabilmente è stato l’ennesimo nostro viaggio che io racconto, ma che tu hai scritto insieme a me.
L’ennesimo sogno reale che insieme abbiamo scritto.

Tuttavia, prima di iniziare a leggere, immagina che ciascuno dei pensieri più pesanti e ingombranti improvvisamente svanisca. Tutte quelle cose che schiacciano le tue spalle sotto il loro peso e tu spesso ti ritrovi con la schiena piegata a causa loro. Ecco, immagina che tutte queste, tutte insieme, nello stesso esatto momento, svanissero di colpo. Permettendo alle tue spalle di risposarsi, alla tua schiena di raddrizzarsi e ai tuoi polmoni di allargarsi in un modo che non conoscevano, che non credevano possibile. Pulendo la tua mente, mostrandoti quanto può essere vasta. E dandoti la possibilità di custodirvi solamente quello che tu vuoi farvi entrare, solo quello che tu, nessun altro.

Immagina di sentirti libera.

Dopo di che incornicia la tua mente con un cielo tanto stellato che ti ricorda lui della notte di S. Lorenzo, rivesti i tuoi polmoni di un verde infinito e pulito; il tutto accompagnato da una leggera brezza sul viso che soffia via, dolcemente, il caldo della città.

Adesso le socie possono prendere i loro zaini, ora finalmente leggeri, e partire.



Ora puoi iniziare a incamminarti per questa serata, cantando e ballando sotto la pioggia. Col viso bagnato perché, checché si dica, anche la pioggia irlandese bagna; con il fiatone e con le gambe un po’ stanche perché la strada è in salita. Ma senza smettere di cantare e ballare sotto questa pioggia. Perché le mie spalle sono più sollevate, i miei polmoni respirano e la mia mente l’ho riempita con tutti gli orizzonti che stiamo vedendo in questi giorni. E i nostri zaini sono leggeri.

E allora, se tu sai cantare..

Addio, addio,
e un bicchiere elevato, al cielo di Irlanda, e alle nuvole gonfie;
un nodo alla gola ed un ultimo sguardo alla vecchia Anna Liffy e alle strade del porto…

Ma chi era Anna Liffy? Forse un’atleta che combatteva sull’area di un ring..

Chissà se è un addio o un arrivederci il nostro.. Se andremo a trovare l’altra quando si sarà trasferita, se ci trasferiremo entrambe o se semplicemente torneremo a sederci su quella panchina in autunno e in primavera. Così da vedere quel field, un tempo innevato, in tutte le stagioni..

Per ora la salutiamo, la verde Irlanda, la salutiamo con un nodo alla gola, senz’altro, ma con una Guinness elevata la ringraziamo.

Per averci regalato, magari non una vacanza rilassante, ma un viaggio fantastico.
Che poi il viaggio fantastico le socie sarebbero state in grado di farlo ovunque. Certo è che i colori irlandesi le hanno aiutate.

(Quasi) 3000 km dentro ad un quadro. Tu li hai mai fatti? Sì, tu li hai fatti.. E a tutte le cose che abbiamo letto su questo paese e a tutte le canzoni ascoltate che ce lo raccontavano ora possiamo aggiungere le nostre. Possiamo dire se il sud è più bello del nor.. No! Questo non saremo mai in grado di dirlo, o cmq non entrambe, ma saremo capaci di raccontare com’è il sud. Com’è il nord. Com’è l’ovest. E com’è l’est. Complimenti alla perfetta sosaiety. Complimenti. Complimenti perché si innamorano di un paese da lontano, attraverso le parole di altri, ma poi ci entrano completamente e si innamorano nuovamente di quel paese, da vicino. Da dentro.

Il primo chilometro è iniziato caricando il dondolo claudicante su una macchina montata alla rovescia e sfrecciando, con le ali sotto le ruote, tra stradine uscite da Mary Poppins. Una canzone di sottofondo e gli occhi il più aperti possibile per non perdersi neanche una pecora, o un cartello buffo, o semplicemente per cercare di capire dove diamine va a finire la strada davanti a noi, dopo quel dosso degno delle migliori montagne russe..

E dopo che la macchina era stata presa, tutto era in discesa! Dopo che per settimane non hai dormito al pensiero di quella macchina, di quella guida; dopo che da tempo hai inveito contro questi cavolo di irlandesi che devono per forza essere diversi, dopo che non riuscivi ad immaginare il tuo viaggio perché non sapevi se saresti andata oltre a quella prova…. Ora tutto poteva iniziare!!

Soooociaaaa!! Ce l’abbiamo fattaaaaaa!! Siamo in stradaaaa! Ma soprattutto: ci hanno lasciato la macchina!! Nessuno ci può più fermareee! È nostraaa! E questa Irlanda è tutta da girare!! Tutto può avere inizioooo! Sociaaaa! …socia…? Ey..socia..? ci sei…?

Ah no..socina, socia pulita e per gli amici “socia perfetta” è accasciata sul sedile della macchina.. Un piccolo, stupido e, col senno di poi, completamente inutile cavetto, l’ha ridotta in questo modo.

Molto bene. Abbiamo l’Irlanda da girare. Non abbiamo un navigatore per girare l’Irlanda. O meglio, non abbiamo il cavetto che collega il navigatore per girare l’Irlanda. Bè, sarebbe stato più difficile girare l’Irlanda con un cavetto, ma senza Irlanda, mettiamola così. Poi che problemi abbiamo io e te? Mi pare che non abbiamo nessuna difficoltà a trovare l’ufficio del turismo irlandese in una piazza di Milano, avendo tanto di indirizzo con numero, che problema avremo a fare il giro di uno stato del quale neanche sappiamo leggere i cartelli stradali?

Questo viaggio è tutto in salita.

O meglio: lo sarebbe per una sosaiety non perfetta e non collaudata come la nostra, ma per noi non c’è problema. Il dondolo claudicante si riequilibra immediatamente e ora si può davvero iniziare.

Rifacciamo: “braaavaa sociaaa!! Seeeii uuuunaaa rooocciaaa!! Veramente, complimenti, sei un mostro!! Brava, brava, BRAVAAA”. Questi i migliori apprezzamenti in 7 anni di perfetta sosaiety. Meritavano un posto in questo racconto.

E poi basta. Le socie sono partite e allora chi le ferma più? Al secondo chilometro scoprono che la loro benzina non è certo diesil è vera benzina e allora una mangia e l’altra le cambia nome; una si sta per addormentare e l’altra allora canta e la prima vedi che non si addormenta più, mai più; una si lava mentre l’altra scrive; una, dopo un monologo irlandese, fissa l’interlocutore a bocca aperta, l’altra traduce finendo con “forse eh..”; una parla con le pecore e l’altra è arrivata in cima alla passeggiata; una sta per spiaccicarle contro un tir e l’altra ride; una mette la retromarcia su un tornante con dietro un burrone e l’altra tira il freno a mano. La loro benzina non è certo diesil.



Già al terzo chilometro capiamo che gli aggettivi per descrivere gli indescrivibili paesaggi che hanno illuminato il nostro animo sono veramente minuscoli e impropri. La magia (e questa parola, se ci fai caso, è la più nominata quando si parla di un nostro viaggio) è palpabile percorrendo le scogliere delle Aran o le Cliff, e non solo perché stiamo ammirando il luogo dove fu trovato un Horcrux. È palpabile sentendo le gambe che tremano sopra quella immensità, o sentendo la risata provenire da una mentre l’altra imita un perfetto tuffo con tanto di mimica facciale osservabile solo da lei..o guardando il sorriso perenne sul volto della sociona. Che già è grande. Figuriamoci che sorriso si ritrova guardando lo spettacolo che è apparso davanti a loro.

La vita è bella. Non c’è nient’altro da dire. La vita è bella.



E, non lo credevamo possibile, ma chilometro dopo chilometro, lo diventava sempre di più.

Come al quarto chilometro, quando abbiamo conosciuto il fedelissimo Cove (se ci pensi “fedelissimo” è la parola più appropriata dal momento che non si è mai spostato dal suo posto..!) e  mentre passeggiavamo su quel ponte di legno sospeso nel vuoto, una staccando persino entrambe le mani, te la stringerei per questo una mano se fossi in grado di staccarla io. E mentre ci raccontavamo la storia del gigante Finn che in quel momento non era in casa, perché neanch’io rimarrei mai un secondo in casa, vivendo in un quadro.



E ora che sono qui che ogni tanto riguardo le foto e aspetto che qualcuno mi chieda di raccontargli qualcosa del nostro viaggio, per potermi rituffare di nuovo, penso che quella è veramente vita. Non questa in questa città, alzandoci presto e spesso di malavoglia, con i pesi di tutte le giornate. Quella è stata veramente vita. E noi abbiamo avuto la possibilità di viverla e socia, lasciacelo dire, abbiamo colto quella possibilità nel migliore dei modi.
E ora che sono qui, faccio un respiro profondo e mi ritrovo ancora a guardare giù da quelle scogliere, con te, appena dietro, che mi dici di stare attenta. E ancora penso che la vita è bella.

Al quinto chilometro sono diventata una sociona. Ma come potevo fare altrimenti? Quando sei felice, vorresti diventare il più grande possibile, per poter far entrare ancora più felicità in te. Come ho fatto. Mi sono ingigantita e ho allargato il mio stomaco perché tutte le bellezze osservate potessero entrare dentro di me e riempirmi. E se lo spazio è troppo piccolo, io lo allargo. Non mi voglio perdere neanche un cm di questi (quasi) 3000 km. Ed è grazie a questo che ho così potuto mangiarmi qualsiasi tipo di patatine, qualsiasi tipo di cibo indiano superpiccante, brasati su brasati immersi in sugo di guinness, zuppa di pesce con salmone a seguito, full irish breakfast, svariate e irriconoscibili specie di molluschi, kebab senza la maggior parte delle cose che ci metteresti dentro a un kebab, una buonissima paella.. E con la mia felicità dire che tutto questo era ottimo. E con la mia entusiasmante felicità mostrare anche la tua, appisolata da qualche parte, ma solo in attesa di baciare la pietra del castello di blarney che le avrebbe donato l’eloquenza e sarebbe stata poi in grado di raccontare tutto il suo entusiasmo. Questa è una storia. Mi piace romanzare ogni tanto.



Però mi piace anche raccontare quel che davvero è successo e quindi quel momento. Quel momento, al decimo chilometro. Emblematico di questa sosaiety. Una sera vedo questa scena buffa: tre pelati e un tizio coi capelli, loro quattro seduti allo stesso tavolo. I tre pelati li avevamo già notati quando erano in piedi insieme e già avevamo sorriso contemporaneamente. Ma appena si siedono al tavolo con quel quarto, che non centra con loro subito mi avvicino per dirti. La noti anche tu questa scena e subito ti avvicini per dirmi. E non ce la siamo mai detta quella precisa frase, che identica avevamo in testa. Nel modo che è nostro, e quindi semplicemente, ci guardiamo e la risata, anche questa, diventa unica. E a questo tavolo, puoi star ben certa che non c’è nessun intruso. A te farà pensare senza dubbio che stiamo passando decisamente troppo tempo insieme. Io, come sempre, saltello e ho una visione più ottimista della cosa. E leggo sempre tra le righe, ma sotto sotto sono certa che tu sia d’accordo. Mi fa pensare che da quando ti ho fatta entrare in casa mia, non hai mai più voluto andartene. Certo, ogni tanto sei in cucina, alle volte in camera, altre in balcone. Ma cmq sempre lì. E in questo viaggio sei proprio seduta sul mio divano e ti stai bevendo con me una birra. E per tutto questo viaggio, io e te sembriamo un quadro dentro a un quadro.



E dopo il centesimo chilometro, è stato un attimo arrivare ai (quasi) 3000. Compiendo un giro così preciso e perfetto, che addirittura, a pochi km da Dublino le campane già suonavano a festa. E da protagoniste e scrittrici di questa storia fantastica, eravamo noi a suonarle.

E per tutti i (quasi) 3000 km di questo giro così preciso e perfetto, non ci siamo mai, neanche per 1 mm, sentite straniere in queste terre lontane.
Mentre posavamo i nostri passi su quei granelli bianchi, attendendo che lo sguardo si saziasse dell’infinito oceano cristallino che danzava sui miei piedi e commuoveva i nostri animi.



Non ci siamo mai sentite straniere su quelle autostrade gratuite dove anche a noi tre venivano fatte le 4 frecce o i fari per ringraziarci di qualcosa per cui un qualsiasi milanese avrebbe reagito in maniera decisamente meno poetica.

Non solo non ci siamo mai sentite straniere, ma addirittura ci siamo sentite a casa ogni volta che, come figlie, siamo state accolte in un nuovo B&B dove nel giro di due minuti già eravamo in soggiorno, accomodate su un divano, con una mano impegnata a tenere un muffin fatto in casa e nell’altra una fumante tazza di caffè. Aspettando di trascorre la serata nel salotto di Nancy, sopra la sua macchina da cucito.

Abbiamo fatto tanta strada. E mentre la percorrevamo, coloravamo i tratti sulla nostra cartina. Pezzettino per pezzettino, aggiungevamo sempre l’ultimo tragitto compiuto sulla nostra mappa. E, pezzettino dopo pezzettino, stavamo andando sempre più lontano, sempre in movimento, sempre con rinnovata voglia di conoscere la contea successiva, di tuffarci nella sua bandiera e nei suoi colori, attutite dalle morbide nuvole bianche, ogni volta eravamo pronte per scoprire il nuovo paesino, per scovare il delfino Fungie e per fotografare le teste delle foche appena facevano capolino. E, pezzettino dopo pezzettino, quasi senza neanche accorgercene, abbiamo attraversato un intero paese, facendolo nostro e aggiungendo (quasi) 3000 km ai nostri tre puntini. Sapendo che insieme stiamo andando ogni giorno sempre più lontane.



Sono spaventata. Sono spaventata perché come si fa a tornare qui dopo quei chilometri? Dopo aver trascorso le serate in quei pub colmi di musica saltellante e di vecchietti che bevono più di noi. Dopo 15 giorni di perfetta sosaiety, una espressione migliore non c’è, di tranquillità e calma, senza pensieri. È andato veramente tutto bene. Abbiamo osservato posti splendidi, mangiato cose ottime e siamo andate più che d’accordo per tutto questo tempo. Niente è andato storto. Incredibile a dirsi. Se ce l’avessero detto prima non gli avremmo creduto. Ma non solo è andato tutto bene, fosse solo questo non sarebbe così faticoso tornare qui.

È stato come spiccare un salto nel vuoto, provando il brivido del non sapere che cosa ti aspetterà, rimanere sottobraccio dondolando nel cielo, finchè le candide nuvole si sono scostate per farci passare e, sempre volando, abbiamo visto quel che nascondevano dietro, e siamo state invase da colori, profumi e brezze sul viso. Siamo scivolate insieme su quell’arcobaleno, dall’inizio fino alla fine e poi di nuovo siamo tornate a volare nei cieli immensi dell’Irlanda, girando e ballando, cantando e ridendo, appisolandoci dopo aver bevuto caldi caffè. E in questo spazio immenso, tra ruscelli e alberi, guardando ora un Murales ora un cappellaio matto, sempre in volo abbiamo scoperto cosa vuol dire  essere in pace. Con tutto.

Credo sia lecito essere ora un po’ spaventati.

Ma ogni volta che questo timore affiorerà in me, io chiuderò gli occhi e tornerò in quel posto. Seduta su quella sedia, con di fronte un tavolino. Con un fare educatamente francese farò la mia ordinazione e la attenderò, dando le spalle a quelle casette colorate, sentendo coi miei piedi l’erba fresca, posando il mio sguardo sul vento che lo trasporterà tra le correnti di quel mare di fronte. E quando mi stancherò farò due passi lì vicino, da Charlie Chaplin che mi farà fare un sorriso. E poi tornerò a sedermi su quella sedia e, quando i due caffè che ho ordinato arriveranno, aspetterò te per berlo e so già che sempre arriverai zoppicando. E finalmente troverò di nuovo quella sensazione di pace che ho avuto per tutti i nostri (quasi) 3000 km.



Tu che dici?