mercoledì 29 agosto 2012

(Quasi) 3000 km in un quadro..




Forse è stato un sogno. O forse è stata una poesia. Più probabilmente è stato l’ennesimo nostro viaggio che io racconto, ma che tu hai scritto insieme a me.
L’ennesimo sogno reale che insieme abbiamo scritto.

Tuttavia, prima di iniziare a leggere, immagina che ciascuno dei pensieri più pesanti e ingombranti improvvisamente svanisca. Tutte quelle cose che schiacciano le tue spalle sotto il loro peso e tu spesso ti ritrovi con la schiena piegata a causa loro. Ecco, immagina che tutte queste, tutte insieme, nello stesso esatto momento, svanissero di colpo. Permettendo alle tue spalle di risposarsi, alla tua schiena di raddrizzarsi e ai tuoi polmoni di allargarsi in un modo che non conoscevano, che non credevano possibile. Pulendo la tua mente, mostrandoti quanto può essere vasta. E dandoti la possibilità di custodirvi solamente quello che tu vuoi farvi entrare, solo quello che tu, nessun altro.

Immagina di sentirti libera.

Dopo di che incornicia la tua mente con un cielo tanto stellato che ti ricorda lui della notte di S. Lorenzo, rivesti i tuoi polmoni di un verde infinito e pulito; il tutto accompagnato da una leggera brezza sul viso che soffia via, dolcemente, il caldo della città.

Adesso le socie possono prendere i loro zaini, ora finalmente leggeri, e partire.



Ora puoi iniziare a incamminarti per questa serata, cantando e ballando sotto la pioggia. Col viso bagnato perché, checché si dica, anche la pioggia irlandese bagna; con il fiatone e con le gambe un po’ stanche perché la strada è in salita. Ma senza smettere di cantare e ballare sotto questa pioggia. Perché le mie spalle sono più sollevate, i miei polmoni respirano e la mia mente l’ho riempita con tutti gli orizzonti che stiamo vedendo in questi giorni. E i nostri zaini sono leggeri.

E allora, se tu sai cantare..

Addio, addio,
e un bicchiere elevato, al cielo di Irlanda, e alle nuvole gonfie;
un nodo alla gola ed un ultimo sguardo alla vecchia Anna Liffy e alle strade del porto…

Ma chi era Anna Liffy? Forse un’atleta che combatteva sull’area di un ring..

Chissà se è un addio o un arrivederci il nostro.. Se andremo a trovare l’altra quando si sarà trasferita, se ci trasferiremo entrambe o se semplicemente torneremo a sederci su quella panchina in autunno e in primavera. Così da vedere quel field, un tempo innevato, in tutte le stagioni..

Per ora la salutiamo, la verde Irlanda, la salutiamo con un nodo alla gola, senz’altro, ma con una Guinness elevata la ringraziamo.

Per averci regalato, magari non una vacanza rilassante, ma un viaggio fantastico.
Che poi il viaggio fantastico le socie sarebbero state in grado di farlo ovunque. Certo è che i colori irlandesi le hanno aiutate.

(Quasi) 3000 km dentro ad un quadro. Tu li hai mai fatti? Sì, tu li hai fatti.. E a tutte le cose che abbiamo letto su questo paese e a tutte le canzoni ascoltate che ce lo raccontavano ora possiamo aggiungere le nostre. Possiamo dire se il sud è più bello del nor.. No! Questo non saremo mai in grado di dirlo, o cmq non entrambe, ma saremo capaci di raccontare com’è il sud. Com’è il nord. Com’è l’ovest. E com’è l’est. Complimenti alla perfetta sosaiety. Complimenti. Complimenti perché si innamorano di un paese da lontano, attraverso le parole di altri, ma poi ci entrano completamente e si innamorano nuovamente di quel paese, da vicino. Da dentro.

Il primo chilometro è iniziato caricando il dondolo claudicante su una macchina montata alla rovescia e sfrecciando, con le ali sotto le ruote, tra stradine uscite da Mary Poppins. Una canzone di sottofondo e gli occhi il più aperti possibile per non perdersi neanche una pecora, o un cartello buffo, o semplicemente per cercare di capire dove diamine va a finire la strada davanti a noi, dopo quel dosso degno delle migliori montagne russe..

E dopo che la macchina era stata presa, tutto era in discesa! Dopo che per settimane non hai dormito al pensiero di quella macchina, di quella guida; dopo che da tempo hai inveito contro questi cavolo di irlandesi che devono per forza essere diversi, dopo che non riuscivi ad immaginare il tuo viaggio perché non sapevi se saresti andata oltre a quella prova…. Ora tutto poteva iniziare!!

Soooociaaaa!! Ce l’abbiamo fattaaaaaa!! Siamo in stradaaaa! Ma soprattutto: ci hanno lasciato la macchina!! Nessuno ci può più fermareee! È nostraaa! E questa Irlanda è tutta da girare!! Tutto può avere inizioooo! Sociaaaa! …socia…? Ey..socia..? ci sei…?

Ah no..socina, socia pulita e per gli amici “socia perfetta” è accasciata sul sedile della macchina.. Un piccolo, stupido e, col senno di poi, completamente inutile cavetto, l’ha ridotta in questo modo.

Molto bene. Abbiamo l’Irlanda da girare. Non abbiamo un navigatore per girare l’Irlanda. O meglio, non abbiamo il cavetto che collega il navigatore per girare l’Irlanda. Bè, sarebbe stato più difficile girare l’Irlanda con un cavetto, ma senza Irlanda, mettiamola così. Poi che problemi abbiamo io e te? Mi pare che non abbiamo nessuna difficoltà a trovare l’ufficio del turismo irlandese in una piazza di Milano, avendo tanto di indirizzo con numero, che problema avremo a fare il giro di uno stato del quale neanche sappiamo leggere i cartelli stradali?

Questo viaggio è tutto in salita.

O meglio: lo sarebbe per una sosaiety non perfetta e non collaudata come la nostra, ma per noi non c’è problema. Il dondolo claudicante si riequilibra immediatamente e ora si può davvero iniziare.

Rifacciamo: “braaavaa sociaaa!! Seeeii uuuunaaa rooocciaaa!! Veramente, complimenti, sei un mostro!! Brava, brava, BRAVAAA”. Questi i migliori apprezzamenti in 7 anni di perfetta sosaiety. Meritavano un posto in questo racconto.

E poi basta. Le socie sono partite e allora chi le ferma più? Al secondo chilometro scoprono che la loro benzina non è certo diesil è vera benzina e allora una mangia e l’altra le cambia nome; una si sta per addormentare e l’altra allora canta e la prima vedi che non si addormenta più, mai più; una si lava mentre l’altra scrive; una, dopo un monologo irlandese, fissa l’interlocutore a bocca aperta, l’altra traduce finendo con “forse eh..”; una parla con le pecore e l’altra è arrivata in cima alla passeggiata; una sta per spiaccicarle contro un tir e l’altra ride; una mette la retromarcia su un tornante con dietro un burrone e l’altra tira il freno a mano. La loro benzina non è certo diesil.



Già al terzo chilometro capiamo che gli aggettivi per descrivere gli indescrivibili paesaggi che hanno illuminato il nostro animo sono veramente minuscoli e impropri. La magia (e questa parola, se ci fai caso, è la più nominata quando si parla di un nostro viaggio) è palpabile percorrendo le scogliere delle Aran o le Cliff, e non solo perché stiamo ammirando il luogo dove fu trovato un Horcrux. È palpabile sentendo le gambe che tremano sopra quella immensità, o sentendo la risata provenire da una mentre l’altra imita un perfetto tuffo con tanto di mimica facciale osservabile solo da lei..o guardando il sorriso perenne sul volto della sociona. Che già è grande. Figuriamoci che sorriso si ritrova guardando lo spettacolo che è apparso davanti a loro.

La vita è bella. Non c’è nient’altro da dire. La vita è bella.



E, non lo credevamo possibile, ma chilometro dopo chilometro, lo diventava sempre di più.

Come al quarto chilometro, quando abbiamo conosciuto il fedelissimo Cove (se ci pensi “fedelissimo” è la parola più appropriata dal momento che non si è mai spostato dal suo posto..!) e  mentre passeggiavamo su quel ponte di legno sospeso nel vuoto, una staccando persino entrambe le mani, te la stringerei per questo una mano se fossi in grado di staccarla io. E mentre ci raccontavamo la storia del gigante Finn che in quel momento non era in casa, perché neanch’io rimarrei mai un secondo in casa, vivendo in un quadro.



E ora che sono qui che ogni tanto riguardo le foto e aspetto che qualcuno mi chieda di raccontargli qualcosa del nostro viaggio, per potermi rituffare di nuovo, penso che quella è veramente vita. Non questa in questa città, alzandoci presto e spesso di malavoglia, con i pesi di tutte le giornate. Quella è stata veramente vita. E noi abbiamo avuto la possibilità di viverla e socia, lasciacelo dire, abbiamo colto quella possibilità nel migliore dei modi.
E ora che sono qui, faccio un respiro profondo e mi ritrovo ancora a guardare giù da quelle scogliere, con te, appena dietro, che mi dici di stare attenta. E ancora penso che la vita è bella.

Al quinto chilometro sono diventata una sociona. Ma come potevo fare altrimenti? Quando sei felice, vorresti diventare il più grande possibile, per poter far entrare ancora più felicità in te. Come ho fatto. Mi sono ingigantita e ho allargato il mio stomaco perché tutte le bellezze osservate potessero entrare dentro di me e riempirmi. E se lo spazio è troppo piccolo, io lo allargo. Non mi voglio perdere neanche un cm di questi (quasi) 3000 km. Ed è grazie a questo che ho così potuto mangiarmi qualsiasi tipo di patatine, qualsiasi tipo di cibo indiano superpiccante, brasati su brasati immersi in sugo di guinness, zuppa di pesce con salmone a seguito, full irish breakfast, svariate e irriconoscibili specie di molluschi, kebab senza la maggior parte delle cose che ci metteresti dentro a un kebab, una buonissima paella.. E con la mia felicità dire che tutto questo era ottimo. E con la mia entusiasmante felicità mostrare anche la tua, appisolata da qualche parte, ma solo in attesa di baciare la pietra del castello di blarney che le avrebbe donato l’eloquenza e sarebbe stata poi in grado di raccontare tutto il suo entusiasmo. Questa è una storia. Mi piace romanzare ogni tanto.



Però mi piace anche raccontare quel che davvero è successo e quindi quel momento. Quel momento, al decimo chilometro. Emblematico di questa sosaiety. Una sera vedo questa scena buffa: tre pelati e un tizio coi capelli, loro quattro seduti allo stesso tavolo. I tre pelati li avevamo già notati quando erano in piedi insieme e già avevamo sorriso contemporaneamente. Ma appena si siedono al tavolo con quel quarto, che non centra con loro subito mi avvicino per dirti. La noti anche tu questa scena e subito ti avvicini per dirmi. E non ce la siamo mai detta quella precisa frase, che identica avevamo in testa. Nel modo che è nostro, e quindi semplicemente, ci guardiamo e la risata, anche questa, diventa unica. E a questo tavolo, puoi star ben certa che non c’è nessun intruso. A te farà pensare senza dubbio che stiamo passando decisamente troppo tempo insieme. Io, come sempre, saltello e ho una visione più ottimista della cosa. E leggo sempre tra le righe, ma sotto sotto sono certa che tu sia d’accordo. Mi fa pensare che da quando ti ho fatta entrare in casa mia, non hai mai più voluto andartene. Certo, ogni tanto sei in cucina, alle volte in camera, altre in balcone. Ma cmq sempre lì. E in questo viaggio sei proprio seduta sul mio divano e ti stai bevendo con me una birra. E per tutto questo viaggio, io e te sembriamo un quadro dentro a un quadro.



E dopo il centesimo chilometro, è stato un attimo arrivare ai (quasi) 3000. Compiendo un giro così preciso e perfetto, che addirittura, a pochi km da Dublino le campane già suonavano a festa. E da protagoniste e scrittrici di questa storia fantastica, eravamo noi a suonarle.

E per tutti i (quasi) 3000 km di questo giro così preciso e perfetto, non ci siamo mai, neanche per 1 mm, sentite straniere in queste terre lontane.
Mentre posavamo i nostri passi su quei granelli bianchi, attendendo che lo sguardo si saziasse dell’infinito oceano cristallino che danzava sui miei piedi e commuoveva i nostri animi.



Non ci siamo mai sentite straniere su quelle autostrade gratuite dove anche a noi tre venivano fatte le 4 frecce o i fari per ringraziarci di qualcosa per cui un qualsiasi milanese avrebbe reagito in maniera decisamente meno poetica.

Non solo non ci siamo mai sentite straniere, ma addirittura ci siamo sentite a casa ogni volta che, come figlie, siamo state accolte in un nuovo B&B dove nel giro di due minuti già eravamo in soggiorno, accomodate su un divano, con una mano impegnata a tenere un muffin fatto in casa e nell’altra una fumante tazza di caffè. Aspettando di trascorre la serata nel salotto di Nancy, sopra la sua macchina da cucito.

Abbiamo fatto tanta strada. E mentre la percorrevamo, coloravamo i tratti sulla nostra cartina. Pezzettino per pezzettino, aggiungevamo sempre l’ultimo tragitto compiuto sulla nostra mappa. E, pezzettino dopo pezzettino, stavamo andando sempre più lontano, sempre in movimento, sempre con rinnovata voglia di conoscere la contea successiva, di tuffarci nella sua bandiera e nei suoi colori, attutite dalle morbide nuvole bianche, ogni volta eravamo pronte per scoprire il nuovo paesino, per scovare il delfino Fungie e per fotografare le teste delle foche appena facevano capolino. E, pezzettino dopo pezzettino, quasi senza neanche accorgercene, abbiamo attraversato un intero paese, facendolo nostro e aggiungendo (quasi) 3000 km ai nostri tre puntini. Sapendo che insieme stiamo andando ogni giorno sempre più lontane.



Sono spaventata. Sono spaventata perché come si fa a tornare qui dopo quei chilometri? Dopo aver trascorso le serate in quei pub colmi di musica saltellante e di vecchietti che bevono più di noi. Dopo 15 giorni di perfetta sosaiety, una espressione migliore non c’è, di tranquillità e calma, senza pensieri. È andato veramente tutto bene. Abbiamo osservato posti splendidi, mangiato cose ottime e siamo andate più che d’accordo per tutto questo tempo. Niente è andato storto. Incredibile a dirsi. Se ce l’avessero detto prima non gli avremmo creduto. Ma non solo è andato tutto bene, fosse solo questo non sarebbe così faticoso tornare qui.

È stato come spiccare un salto nel vuoto, provando il brivido del non sapere che cosa ti aspetterà, rimanere sottobraccio dondolando nel cielo, finchè le candide nuvole si sono scostate per farci passare e, sempre volando, abbiamo visto quel che nascondevano dietro, e siamo state invase da colori, profumi e brezze sul viso. Siamo scivolate insieme su quell’arcobaleno, dall’inizio fino alla fine e poi di nuovo siamo tornate a volare nei cieli immensi dell’Irlanda, girando e ballando, cantando e ridendo, appisolandoci dopo aver bevuto caldi caffè. E in questo spazio immenso, tra ruscelli e alberi, guardando ora un Murales ora un cappellaio matto, sempre in volo abbiamo scoperto cosa vuol dire  essere in pace. Con tutto.

Credo sia lecito essere ora un po’ spaventati.

Ma ogni volta che questo timore affiorerà in me, io chiuderò gli occhi e tornerò in quel posto. Seduta su quella sedia, con di fronte un tavolino. Con un fare educatamente francese farò la mia ordinazione e la attenderò, dando le spalle a quelle casette colorate, sentendo coi miei piedi l’erba fresca, posando il mio sguardo sul vento che lo trasporterà tra le correnti di quel mare di fronte. E quando mi stancherò farò due passi lì vicino, da Charlie Chaplin che mi farà fare un sorriso. E poi tornerò a sedermi su quella sedia e, quando i due caffè che ho ordinato arriveranno, aspetterò te per berlo e so già che sempre arriverai zoppicando. E finalmente troverò di nuovo quella sensazione di pace che ho avuto per tutti i nostri (quasi) 3000 km.



Tu che dici?