mercoledì 30 ottobre 2013

Casa? Casa.



Sono giorni di casa questi.

In cui in effetti la mia testa vuole trovare spazio solo per questo. O meglio: avrebbe voluto trovare spazio anche per qualcos’altro, ma qualcos’altro non ha voluto trovare spazio per lei. E quindi rimane la casa.

Sono per cui giorni in cui mi chiedo cosa sia casa. In cui vengo qui dopo il lavoro, mi guardo intorno, cerco di trovare una famigliarità negli oggetti che mi circondano. E subito compare la parola famigliarità. E penso che casa sia dove è la mia famiglia. La mia famiglia che in quest’ultimo mese, paradossalmente, diventa protagonista. Perché siamo tutti sulla stessa barca. Lo siamo sempre stati certo, ma forse ora che non viviamo più insieme lo siamo ancora di più. Noi stiamo capendo che diamine sta succedendo. O forse noi non lo stiamo capendo. Sta succedendo e basta. Ma siamo noi. Come sempre. Ma forse più di sempre.

Poi però se penso che associo casa alla famiglia, il pensiero successivo è che nella mia scelta di andare a vivere da sola c’è qualcosa di sbagliato.. Casa è dove c’è famiglia, eravamo in sei e ora sono sola.. 

Qualcosa, fosse anche solo matematicamente parlando, non torna.

Una definizione che mi viene spesso alla mente è che casa è dove mi siedo sul divano e divento leggera. La mia dannata onestà intellettuale mi fa ammettere che la parola “leggera” è una scelta più poetica che sincera.

Dove mi siedo sul divano e divento molle.

La sincerità forse doveva lasciare spazio alla poesia. Ma rende di più l’idea. Mi siedo e..sono a mio agio. Non devo necessariamente essere composta. Tutto il mio peso deve sentirsi accolto su questo divano. Senza preoccupazioni. È un’immagine che ho della casa.

E intanto mi sdraio sull’amaca.

Altre sono le immagini, ma ancora di più sono le sensazioni. Alcune belle, altre meno belle, alcune si contraddicono tra loro. Forse anche questo è andare a vivere da soli: un gran casino. Ed essere in grado di metterlo in ordine. O trovarci dentro un proprio ordine.

Mi alzo al mattino e devo tirare su io la tapparella della cucina. Non che prima avessi un maggiordomo. Ma su sei persone non ero certo io la prima ad alzarmi. E trovavo il caffè nella mia tazza. Era una sorta di buongiorno. Era un bel buongiorno. Ora mi ritrovo a doverne trovare un altro. Lo troverò, sicuramente, col tempo lo troverò. Ma dopo 26 anni cambiare il buongiorno ha un nonsochè di destabilizzante.

Recentemente ho letto che i cambiamenti non sono necessariamente un meglio o un peggio. Sono dei cambiamenti. Stop. Siamo noi, poi, che li dobbiamo per forza connotare. Faccio mia questa cosa e aspetto a connotare. Prima o poi lo farò, sicuramente, ma ora lo prendo come cambiamento e vediamo.

Tra tutte le cose che sono in questo momento - e ne sono tante, alcune sono belle, altre meno belle, alcune si contraddicono tra loro - tra tutte le cose che sono in questo momento quella che sono di più è forse curiosa. Sono estremamente curiosa. Di vedere come andrà avanti. Sono proprio curiosa di saperlo. Diciamo che se ci fossero 10 film da vedere al cinema e mi interessassero tutti, sceglierei di vedere questo: come andrà avanti questa storia di me che vivo da sola.


Magari, prima o poi, scenderò dall’amaca e mi siederò sul divano per vedere questo film. 


7 commenti:

  1. brava, scendi dall'amaca che m c sdraio io :)

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    1. Ahahahahahaha! Mi sembra un ottimo motivo per scendere! Ahahah!!

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  2. Tirare su la tapparella sarà il nuovo Buongiorno che tu darai al mondo fuori...non sembra affatto male! In bocca al lupo per questa bella avventura che, prima o poi, voglio venire a vedere dall'alto dell'amaca .)

    Silvietta

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    1. Vista così..sembra anche allettante..! :) Grazie Silvy!

      E quando vuoi puoi venire a provare l'amaca e..farti un pisolo..! ;)

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  3. Bello, come sempre e, come sempre anche un po' malinconico.
    Mah.......mi interrogo sulla prima frase..."sei troooooooooppo profonda!!!"

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