mercoledì 30 ottobre 2013

Casa? Casa.



Sono giorni di casa questi.

In cui in effetti la mia testa vuole trovare spazio solo per questo. O meglio: avrebbe voluto trovare spazio anche per qualcos’altro, ma qualcos’altro non ha voluto trovare spazio per lei. E quindi rimane la casa.

Sono per cui giorni in cui mi chiedo cosa sia casa. In cui vengo qui dopo il lavoro, mi guardo intorno, cerco di trovare una famigliarità negli oggetti che mi circondano. E subito compare la parola famigliarità. E penso che casa sia dove è la mia famiglia. La mia famiglia che in quest’ultimo mese, paradossalmente, diventa protagonista. Perché siamo tutti sulla stessa barca. Lo siamo sempre stati certo, ma forse ora che non viviamo più insieme lo siamo ancora di più. Noi stiamo capendo che diamine sta succedendo. O forse noi non lo stiamo capendo. Sta succedendo e basta. Ma siamo noi. Come sempre. Ma forse più di sempre.

Poi però se penso che associo casa alla famiglia, il pensiero successivo è che nella mia scelta di andare a vivere da sola c’è qualcosa di sbagliato.. Casa è dove c’è famiglia, eravamo in sei e ora sono sola.. 

Qualcosa, fosse anche solo matematicamente parlando, non torna.

Una definizione che mi viene spesso alla mente è che casa è dove mi siedo sul divano e divento leggera. La mia dannata onestà intellettuale mi fa ammettere che la parola “leggera” è una scelta più poetica che sincera.

Dove mi siedo sul divano e divento molle.

La sincerità forse doveva lasciare spazio alla poesia. Ma rende di più l’idea. Mi siedo e..sono a mio agio. Non devo necessariamente essere composta. Tutto il mio peso deve sentirsi accolto su questo divano. Senza preoccupazioni. È un’immagine che ho della casa.

E intanto mi sdraio sull’amaca.

Altre sono le immagini, ma ancora di più sono le sensazioni. Alcune belle, altre meno belle, alcune si contraddicono tra loro. Forse anche questo è andare a vivere da soli: un gran casino. Ed essere in grado di metterlo in ordine. O trovarci dentro un proprio ordine.

Mi alzo al mattino e devo tirare su io la tapparella della cucina. Non che prima avessi un maggiordomo. Ma su sei persone non ero certo io la prima ad alzarmi. E trovavo il caffè nella mia tazza. Era una sorta di buongiorno. Era un bel buongiorno. Ora mi ritrovo a doverne trovare un altro. Lo troverò, sicuramente, col tempo lo troverò. Ma dopo 26 anni cambiare il buongiorno ha un nonsochè di destabilizzante.

Recentemente ho letto che i cambiamenti non sono necessariamente un meglio o un peggio. Sono dei cambiamenti. Stop. Siamo noi, poi, che li dobbiamo per forza connotare. Faccio mia questa cosa e aspetto a connotare. Prima o poi lo farò, sicuramente, ma ora lo prendo come cambiamento e vediamo.

Tra tutte le cose che sono in questo momento - e ne sono tante, alcune sono belle, altre meno belle, alcune si contraddicono tra loro - tra tutte le cose che sono in questo momento quella che sono di più è forse curiosa. Sono estremamente curiosa. Di vedere come andrà avanti. Sono proprio curiosa di saperlo. Diciamo che se ci fossero 10 film da vedere al cinema e mi interessassero tutti, sceglierei di vedere questo: come andrà avanti questa storia di me che vivo da sola.


Magari, prima o poi, scenderò dall’amaca e mi siederò sul divano per vedere questo film. 


domenica 25 novembre 2012

Il 102enne.




Il 102enne, così lo chiamiamo.

Ha molte rughe; gli occhi quasi faticano ad aprirsi da quanto sono numerose. Ma non appena ci riescono, il loro colore azzurro cattura il tuo sguardo e la sua luce sbiadisce in un attimo ogni piega del viso.

E’ un uomo alto; talmente alto che è difficile capire come abbiano fatto ad accartocciarlo in modo tale da farlo stare seduto su quella carrozzina. Eppure è lì, pacifico e sereno, ad aspettare che qualcuno lo faccia camminare, o che qualcuno lo faccia chiacchierare un po’.

Oggi arrivo io, mi presento, lo saluto, gli domando.

“Mi scusi signorina!! Urli un po’, perché sono sordoo!”

Diventiamo amici in fretta e ancora più in fretta rimango affascinata dalle sue parole e dal suo racconto. Perché sono interessanti. E perché vengono pronunciate con una calma e una tranquillità avvolgente. Che faccio mia; così che le nostre storie possano incontrarsi e percorrere anche solo un minuscolo tratto di strada insieme. La mia ha tutto da guadagnarci.

Ha vissuto entrambe le guerre. Della prima ricorda poco, della seconda non è riuscito a dimenticare nulla.

Si è sposato due volte, ma non ha avuto figli.

Ha studiato pianoforte e sempre, per tutti i suoi 102 anni, ha dipinto.

“Con tempere ad olio, matite, acquerelli, qualsiasi cosa. Mi bastava disegnare!”

Gli mostro allora i nostri materiali, gli porgo un foglio e lo invito, se ne ha voglia, a dipingere quel che vuole.

Inizia a lavorare, assorto e concentrato, tanto da creare una bolla di vetro trasparente tra lui e il resto della stanza. E’ immerso nella sua arte e niente lo può disturbare. Il pennello si muove con lentezza e con meno precisione di un tempo, ma l’effetto sul pittore è rimasto immutato. La minuziosa scelta dei colori, le pennellate brevi e tremolanti fanno di me una spettatrice fortunata.

A disegno terminato gli domando se di solito attribuisce un nome a ciò che ha creato e dopo una sua risposta affermativa decide di chiamare l’ultimo: “Paesaggio”.

Sento che per oggi il nostro pezzettino di strada insieme l’abbiamo compiuto e sta giungendo al termine, ma non voglio concluderlo in maniera banale e brutale. Codardamente aspetto che sia lui a fare la prima mossa. 102 anni di esperienza non mi deluderanno. E infatti non lo fanno. Ma non credevo che sarebbero riusciti addirittura a lasciarmi senza parole. Almeno non più di quanto abbiano già fatto.

“Signorina, io ora dovrei andare, può accompagnarmi giù per favore?”

“Certamente! Al 4° piano giusto?”

“No, veramente al piano rialzato”. Anziana semplicità.

“Come al piano rialzato? Lì sono ricoverati i pazienti con Alzheimer, lei non ce l’ha. Guardi che si trova al 4° piano la sua stanza”. Giovane presunzione.

“Sì, la mia stanza si trova al 4° piano, – mi spiega lui con pazienza- ma mia moglie si trova al piano rialzato. Mi sono fatto ricoverare in questa struttura per poter stare vicino a lei. Al mattino vengo qui al 5° piano a fare ginnastica, ma appena finisco mi faccio portare da lei. Pranziamo insieme e poi stiamo lì. Insieme. Lei a volte mi riconosce. Magari non sempre. Ma so che ogni volta è contenta che io sia lì. E io ora vorrei andare a pranzare insieme a mia moglie. Lei mi aspetta.”

Non so cosa dirgli.. Ma in verità non credo che ci sia nulla da dirgli.. Forse in 102 anni ha già sentito abbastanza parole inutili.

Prendo allora le maniglie della sua carrozzina e inizio a spingerlo verso l’ascensore. Mentre l’attendiamo mi racconta che sua moglie si trova qui già da un po’ di tempo e lui prima veniva a trovarla tutti i giorni. Oramai però è stanco e non ha più voglia di vivere da solo. Così ha deciso di entrare qui. Per evitare di fare tutti i giorni, avanti e indietro, la strada da casa sua alla nuova casa della moglie.

Arriviamo al piano rialzato. Digito il codice per poter aprire la porta e lui mi dice a che tavolo portarlo.

“Non c’è ancora mia moglie, sarà in giro. Le piace camminare.. Ah, eccola che arriva”

Una minuta signora dall’aria spensierata si dirige verso di noi a piccoli passi; arriva dal marito e, prendendogli la mano, gli dice: “Sei arrivato!”. E poi prende posto vicino a lui.

Sono seduti uno vicino all’altro. Entrambi guardano davanti a loro. In silenzio. Ma parlandomi di amore.

martedì 13 novembre 2012

Conversazione.



“Dai, non fare sempre così..”

“Così come?”

“Come fai sempre..”

“Io non faccio sempre così, io faccio quello che faccio e stop.”

“Ok, va bene, hai ragione tu. Però ora fidati di me. Provaci.”

“Lasciami in pace”

“Poi ti lascerò in pace”

“Senti, mollami, non hai altro da fare?”

“Questo mi preme di più”

“Finirai prima o poi di assillarmi?”

“No, non smetterò mai di prendermi cura di te”

… … … …

“Ok, l’ho fatto? Sei contento?”

“Aspetta ancora un attimo”

“Mi sono rotto”

“Dai, ancora un attimo”

“Non ce la faccio più”

“Non ce la fai più a stare lì in piedi con le gambe larghe, le braccia alzate, le mani aperte e una risata sulle labbra?”

“No, non ce la faccio più, va bene?”

“Va più che bene”

“E allora?”

“Allora cosa?”

“Cos’hai dimostrato con questa cosa? Cos’hai dimostrato chiedendomi di rappresentare col mio corpo la felicità? Volevi farmi fare la figura del deficiente?”

“Ho dimostrato che anche essere sempre felici è faticoso. E impossibile. E non fa bene. Dopo un po’ si ha male, si è scomodi, si è tirati. Si ha voglia di cambiare posizione, di ridere meno, magari di piangere di più, o semplicemente di essere più silenziosi. E poi si avrà voglia di cambiare ancora, perché anche quella posizione sarà difficile da mantenere, e allora si allargheranno le braccia, e poi le si piegheranno e poi incroceremo le gambe e cambieremo, cambieremo. E poi cambieremo ancora.”

“Quindi non fa bene essere sempre felici.”

“La natura umana non è fatta per essere sempre felice o per essere sempre triste. Non è fatta per essere sempre.”

“E allora per cosa è fatta?”

“È fatta, sempre, per essere.”



martedì 30 ottobre 2012

La mamma e il bambino.




“Ey..svegliati…è ora…”
“…mmmhh…”
“Su, forza, la colazione è già pronta..”
“..mm mmh..”

E così la mamma, anche oggi, veste il suo bambino. Mentre ogni tanto lo rassicura dicendogli che è certa che il suo amico Luca non sarà più arrabbiato con lui. Non fa niente se ieri si è dimenticato di dargli una delle sue caramelle, Luca è bravo, se ne sarà scordato.

Il bambino sembra più tranquillo. La mamma ha sempre ragione. Incredibile come la mamma non sbagli mai. No, certamente Luca non sarà più arrabbiato con lui.

Sono giorni in cui non nevica più, finalmente è arrivato il sole, però le temperature sono ancora basse. Per questo la mamma stringe per bene la sciarpa del bambino, mentre lo fa sedere sul seggiolino della sua bicicletta, legandolo con attenzione perché non cada.

Nonostante il freddo al bambino piace andare in bici. Gli piace vedere il fumo che esce dalla sua bocca. Ma ancora di più ama respirare il profumo della sua mamma, portato al suo naso dall’aria che attraversano insieme, e che lo riscalda dentro. Facendogli scordare del freddo fuori.



Sono passati ormai degli anni da quelle mattinate fredde. E da quel senso di sicurezza provato accoccolato sul seggiolino della bici. Anni in cui un senso di sicurezza, anche solo simile a quello, non l’ha più trovato. Sono cambiate tante cose, ma sempre ci sono delle mani che stringono una calda sciarpa al collo di qualcun altro.

“Che bel sole che c’è!”
“Sì mamma, hai visto che ha smesso di nevicare?”
“Perché? Ha nevicato?”
“Sì mamma, tutto ieri e tutto stanotte.. Ma ora è uscito di nuovo il sole!”
“Che peccato che mi sia persa la neve.. Mi piace così tanto.. Chissà dov’ero mentre nevicava.. Non me lo ricordo più..”
“Non fa niente mamma..”

E con un sorriso malinconico aiuta sua madre a salire in macchina ed è lui ad allacciarle la cintura. Da quando il medico gli ha detto della malattia non vuole più lasciarla a casa da sola; e allora tutti i giorni l’accompagna in quel centro, dall’altra parte della città.

“Dove stiamo andando?”
“Al centro dove ci sono gli altri tuoi amici”
“Quali altri miei amici? Il Giorgio e la Milena??”
“No mamma, non loro… La signora Anna, la signora Maria, il signor Adelmo…”
“Peccato, avevo voglia di vedere il Giorgio e la Milena. È tanto che non li vediamo vero? No.. Non ricordo l’ultima volta che li abbiamo visti... Non ricordo più niente…”
“Non ti preoccupare mamma, andrà tutto bene..”

La mamma guarda le altre macchine, in coda come loro; si pulisce con la mano la gonna perfettamente pulita; apre delle custodie dei cd che ha trovato nella portiera. Torna a sbirciare fuori dal finestrino e pensierosa sospira:

“Chissà come starà quel tuo amico Luca.”





martedì 2 ottobre 2012

Gaia


Tutti i bambini lo sono, senza dubbio; sicuramente. Ma questa è la bambina di Barby e Luca e perciò è diverso. Ed è spontaneo e naturale tenerla tra le braccia pensando:

“E’ un minuscolo, splendido, miracolo”.

Tremano le gambe mentre si è lì ad aspettare, in mezzo ai quasi nonni. E se uno si ferma veramente a pensare a quello che sta per accadere … viene voglia di mollare tutto, fermare il tempo e uscire; andare per strada a raccogliere le cartacce per terra, a non far litigare più le persone in mezzo al traffico; fare di tutto per cercare di rendere questo mondo migliore, perché sta per nascere Gaia e l’unico desiderio in questo momento è che viva in un mondo perfetto. In un mondo per lei. Poi lo sguardo si sofferma negli occhi del papà, che già sono un po’ lucidi e le gambe tornano a tremare, perché allora è vero. Sta per accadere. E proprio in questo momento sta nascendo anche una mamma e a pensarla di là in quella stanza, appena nata insieme alla loro bambina, anche i miei di occhi diventano lucidi e la mente non smette per un secondo di essere convinta che già è un’ottima mamma. Questo papà, che fatica a stare fermo, e questa mamma, spaventata sdraiata su quel letto, già mi sembrano due dei genitori più bravi del mondo. E questa certezza asciuga i miei occhi lucidi e li riempie di una risata di gaiezza.

E poi arriva quel momento in cui torni a credere che il mistero della vita sia un meraviglioso mistero che racchiude l’infinito; un infinito pieno di amore. E ringrazi per questo. Per il suo essere infinito, per il suo essere pieno d’amore, per essere un mistero che si nasconde nella banalità quotidiana e ti lascia improvvisamente senza parole, palesandosi in questo modo, così concreto, davanti ai tuoi occhi. Il momento in cui la tieni in braccio e non riesci a smettere di fissarla ed è impossibile toglierti quel sorriso imbambolato; la guardi e  pensi che non vorresti essere in nessun altro posto se non lì in quel momento, con quel minuscolo, splendido, miracolo che dorme appoggiata tra le tue braccia, tutto ad un tratto, troppo grandi.

E’ nata la bambina che cambierà il mondo.

Almeno il nostro. Che in realtà lo ha già cambiato, perché per cancellare i problemi di tutti i giorni basta pensare alle sue labbra ballerine mentre piangono, o alle sue lunghissime manine che si muovono alla disperata ricerca di qualcosa che prima c’era, ma che ora non trovano più, e  scopriranno che, anche se non la sentono come prima, la loro mamma sarà sempre lì per loro.

La sua mamma e il suo papà saranno sempre lì per lei.

A riempire di amore questo meraviglioso e infinito mistero della vita, che tu oggi ci hai ricordato.


lunedì 24 settembre 2012

Bosco




E’ notte. Qualcuno dorme, qualcuno è sceso in paese. Io sono a fare due passi. Sono qui, ad appoggiare i miei piedi negli stessi piedi che avevo a quindici anni. Ricerco proprio le stesse impronte, la stessa forza con cui il piede spingeva sulla salita, la stessa inclinazione della pianta, lo stesso ritmo. Mentre intanto il freddo pungente, che c’è sempre a Bosco di notte, mi riscalda dentro.

Arrivo al muretto, guardo Verona illuminata, mi commuovo per l’ennesima volta di fronte a questo quadro, invidiandolo perché lui è riuscito là dove io non ce l’ho fatta. E’ sempre stato più bravo di me a farci rimanere senza parole, ma sempre pensavo che prima o poi, cambiando, crescendo, diventando grande ci sarei riuscita anche io, avrei capito come faceva lui a far rimanere lo spettatore a bocca aperta. E invece lo capisco oggi qual è la sua vittoria.

Mi fermo ad ammirare. Cerco di non avere pensieri in testa, non ne ho voglia. Ho voglia solo di stare qui in piedi a guardare questo film: la città dell’amore sullo sfondo e in primo piano dei baci appena nati, dei segreti confidati, delle cattiverie sfogate, dei pianti raccolti, delle promesse fatte. Non ne avevo idea, ma mi sono accorta che avevo tutte le immagini con me e guardando laggiù qualcuno ha schiacciato play.

Guardo in alto e, fedele come ogni volta, c’è questo cielo diverso da tutti gli altri, con quelle costellazioni che tanto avrei voluto scoprire per il mio compleanno, e, come quella volta, vedo una stella cadente, che forse è un satellite, ma poco importa, gli occhi li chiudo lo stesso e oggi il desiderio si avvera.

Sono improvvisamente più piccolina, più bella, più sorridente. Sono improvvisamente più felice.

In questo nuovo corpo riprendo la mia passeggiata vivendo le immagini che prima solo guardavo e non sentendo più quel freddo che mi accarezzava durante la discesa, perché ora accanto a me c’è qualcuno.

E non importa chi sia, non importa se è il mio ragazzo o se la mia migliore amica o l’ennesima persona che mi aveva posto la fatidica domanda: “Dopo parliamo?”; non importa cosa ci stessimo confidando, su cosa stessimo ridendo, quale stupida incomprensione cercassimo di risolvere. Importa che non stavo camminando da sola. Che su quella strada ero accompagnata, affiancata, sorretta.

Non importa neanche quale storia stessi raccontando o stessi ascoltando, quale consiglio stessi ricevendo o stessi regalando, quale scelta stessi reputando giusta o sbagliata; non importa per cosa stessi piangendo o per cosa stessi consolando. Importa che qualsiasi cosa stessi facendo, la stavo facendo come se il mio mondo fosse solo lì in quel momento, come se quella fosse la cosa più importante e io dovessi farla nel migliore dei modi. Perché quella era la mia vita. Il mio mondo in quel momento eravamo noi due e quello che stava succedendo. E l’altra caratteristica che rimpiango è che l’altra persona in quel momento provava le stesse cose. Un po’ è la magia di Bosco. Un po’ è la magia di quell’età.

Quando non hai grandi pretese, quando tutto quello che ti serve ce l’hai a portata di mano, quando ancora credi nelle cose belle e quello che conosci ti basta. Quando non ti importa di chi va in Grecia o chi si sposa o chi aspetta un figlio, perché tu sei felice così. Camminando per questa strada di Bosco. Quando sei una persona buona, quando ancora non sei affaticato dalle giornate, dalle persone che incontri, quando ancora scopri quella luce negli occhi di chi guardi che ti guarda.

Quando per una minuscola cosa il tuo mondo crollava, si distruggeva in mille pezzi e mai avresti potuto recuperarli! E con la stessa facilità con cui era caduto, qualcuno te lo rimetteva in piedi in un secondo.

Sono qui, che continuo la mia salita per arrivare alla villa e andarmene a letto, non più sola, ma accompagnata, e di ogni passo mi godo la mia felicità, contenta perché sto camminando con qualcuno. E, ancora di più, ad ogni passo mi godo la felicità di chi cammina con me, contento perché sta camminando con me.

E dò una spiegazione alla vittoria di quel quadro: lui non è diventato più grande.



lunedì 10 settembre 2012

Solo la forza di un ventenne e la speranza di arrivare a casa..




“Mia madre non riusciva più a stare in piedi.”

È strano sentirlo parlare di sua madre. Lui ha 90 anni; non è facile pensare che sia esistita una madre e che lui non sia nato così, novantenne. Che sia stato giovane e addirittura piccolo. Con una mamma e un papà. Una mamma e un papà che per anni non hanno avuto più notizie di lui; per anni, tutti i giorni, in ogni momento. A chiedersi se loro figlio fosse vivo. O se fosse morto.

“Sono stati tre mesi di terrore. Puro terrore.”

Forse è anche per questo che fatico a pensarlo giovane. Porta così tante storie sulle spalle che magari queste l’hanno invecchiato prima del tempo.

Ha altre due lauree oltre a quella del Conservatorio che gli ha insegnato l’arte del violino e del pianoforte, trasmettendogli uno sconfinato amore per la musica. Dipinge, è appassionato di storia e di cultura in generale. E ha fatto la guerra.

“ Non ci si poteva muovere in gruppo perché era pericoloso. Non ci si poteva muovere di giorno perché era pericoloso.”

Alle volte entra e suona un po’ il piano, regalandoci un tranquillo sottofondo; altre entra e mi prende bonariamente in giro, facendomi ridere quando sono umanamente calma, seccandomi quando sono stupidamente di corsa. Ci sono dei giorni in cui passa e osserva gli altri signori che lavorano, altri giorni in cui prende un mazzo di carte e mi spiega dei giochi con queste.
Oggi entra e mi racconta la sua storia come non me l’ha mai raccontata prima.

“Io ero a Grosseto quando ci fu il Proclama Badoglio dell’8 settembre. Ci hanno dato l’ordine di tornare alle nostre case. Di punto in bianco. Mollare tutto e tornare a casa. Io dovevo risalire tutta l’Italia fino a Vicenza. Abbiamo sotterrato le armi in una buca e abbiamo cambiato i vestiti in vestiti civili. Da quel preciso momento i tedeschi erano nostri nemici e se ne incontravi uno per strada ti ammazzava.”

Seduto su quella carrozzina con il pigiama azzurro e un maglione, anche se siamo ad agosto, mi confida queste cose compiendo delle pause, pensieroso, raccontando tutti i dettagli, dando la certezza che il suo matrimonio felice e decenni di musica, non sono riusciti a rimuovere le cicatrici scolpite nella sua mente.

“Ho mangiato uva e foglie di viti per tre mesi. Avevo una fame immensa e il terrore di essere trovato. Soltanto la forza di un ventenne e la speranza di arrivare a casa…

E poi mi sono ritrovato di fronte il Po. Dovevo attraversarlo. Sono stato fermo qualche giorno aspettando qualcosa. E poi è arrivato. Non ho  neanche avuto il tempo di ringraziarlo. Mi ha salvato la vita e io non l’ho neanche ringraziato. Pazzesche le circostanze del nostro mondo.

Lui era un pescatore ed era arrivato lì con la sua barca. Mi disse che mi avrebbe portato dall’altra parte. Dovevo solo mettermi sotto la sua barca. Avrei fatto la traversata sott’acqua. Tirando fuori la testa quando dovevo respirare. Ci mettemmo un giorno. Solo la forza di un ventenne e la speranza di arrivare a casa…”

Smette per un attimo di parlare. Ha bisogno di un momento di pausa. Seduto sulla carrozzina, tiene sempre i piedi poggiati a terra e, con le pantofole che anche mio nonno portava, si spinge verso il pianoforte suonando qualche nota distrattamente.

C’è un’aria surreale. Un presente che stona, invaso dal passato che improvvisamente ha fatto irruzione in questa stanza, con tutta la sua resistenza e la sua pesantezza.

Mentre tento, con fatica, di figurarmi davanti agli occhi l’azione estrema di un uomo attaccato con tutte le sue forze al fondo di una barca, ecco che, strisciando le pantofole, quest’uomo torna da me e, con gli occhi per lui insolitamente umidi, riprende a raccontare.

“E poi sono arrivato in un paesino appena fuori Vicenza. Dopo tre mesi di viaggio ero lì. Non volevo correre rischi ora che quasi c’ero. Bastava che incontrassi un tedesco e tutto sarebbe stato inutile. Allora stetti per due giorni nascosto in un fienile. E poi, una mattina, un contadino mi riconobbe. Era un amico di famiglia. Mi disse che mi avrebbe portato lui dai miei genitori. Loro si trovavano in un grande capannone, insieme a tutti gli altri genitori. Nessuno sapeva niente dei propri figli. Stavano lì e aspettavano. Pregando di veder arrivare il proprio figlio. Aspettavano e pregavano. Uniti dalla stessa speranza.”

Ed è con voce tremante e gli occhi appannati che mi racconta il momento in cui ha fatto il suo tanto atteso ingresso nel capannone. E nelle sue lacrime riesco a vedere la gioia di suo padre quando lo scorse e quando si abbracciarono; e la madre, incredula, come stordita, che non riusciva più a reggersi in piedi.

                                                                                                                                                                                             Milagroso...