lunedì 24 settembre 2012

Bosco




E’ notte. Qualcuno dorme, qualcuno è sceso in paese. Io sono a fare due passi. Sono qui, ad appoggiare i miei piedi negli stessi piedi che avevo a quindici anni. Ricerco proprio le stesse impronte, la stessa forza con cui il piede spingeva sulla salita, la stessa inclinazione della pianta, lo stesso ritmo. Mentre intanto il freddo pungente, che c’è sempre a Bosco di notte, mi riscalda dentro.

Arrivo al muretto, guardo Verona illuminata, mi commuovo per l’ennesima volta di fronte a questo quadro, invidiandolo perché lui è riuscito là dove io non ce l’ho fatta. E’ sempre stato più bravo di me a farci rimanere senza parole, ma sempre pensavo che prima o poi, cambiando, crescendo, diventando grande ci sarei riuscita anche io, avrei capito come faceva lui a far rimanere lo spettatore a bocca aperta. E invece lo capisco oggi qual è la sua vittoria.

Mi fermo ad ammirare. Cerco di non avere pensieri in testa, non ne ho voglia. Ho voglia solo di stare qui in piedi a guardare questo film: la città dell’amore sullo sfondo e in primo piano dei baci appena nati, dei segreti confidati, delle cattiverie sfogate, dei pianti raccolti, delle promesse fatte. Non ne avevo idea, ma mi sono accorta che avevo tutte le immagini con me e guardando laggiù qualcuno ha schiacciato play.

Guardo in alto e, fedele come ogni volta, c’è questo cielo diverso da tutti gli altri, con quelle costellazioni che tanto avrei voluto scoprire per il mio compleanno, e, come quella volta, vedo una stella cadente, che forse è un satellite, ma poco importa, gli occhi li chiudo lo stesso e oggi il desiderio si avvera.

Sono improvvisamente più piccolina, più bella, più sorridente. Sono improvvisamente più felice.

In questo nuovo corpo riprendo la mia passeggiata vivendo le immagini che prima solo guardavo e non sentendo più quel freddo che mi accarezzava durante la discesa, perché ora accanto a me c’è qualcuno.

E non importa chi sia, non importa se è il mio ragazzo o se la mia migliore amica o l’ennesima persona che mi aveva posto la fatidica domanda: “Dopo parliamo?”; non importa cosa ci stessimo confidando, su cosa stessimo ridendo, quale stupida incomprensione cercassimo di risolvere. Importa che non stavo camminando da sola. Che su quella strada ero accompagnata, affiancata, sorretta.

Non importa neanche quale storia stessi raccontando o stessi ascoltando, quale consiglio stessi ricevendo o stessi regalando, quale scelta stessi reputando giusta o sbagliata; non importa per cosa stessi piangendo o per cosa stessi consolando. Importa che qualsiasi cosa stessi facendo, la stavo facendo come se il mio mondo fosse solo lì in quel momento, come se quella fosse la cosa più importante e io dovessi farla nel migliore dei modi. Perché quella era la mia vita. Il mio mondo in quel momento eravamo noi due e quello che stava succedendo. E l’altra caratteristica che rimpiango è che l’altra persona in quel momento provava le stesse cose. Un po’ è la magia di Bosco. Un po’ è la magia di quell’età.

Quando non hai grandi pretese, quando tutto quello che ti serve ce l’hai a portata di mano, quando ancora credi nelle cose belle e quello che conosci ti basta. Quando non ti importa di chi va in Grecia o chi si sposa o chi aspetta un figlio, perché tu sei felice così. Camminando per questa strada di Bosco. Quando sei una persona buona, quando ancora non sei affaticato dalle giornate, dalle persone che incontri, quando ancora scopri quella luce negli occhi di chi guardi che ti guarda.

Quando per una minuscola cosa il tuo mondo crollava, si distruggeva in mille pezzi e mai avresti potuto recuperarli! E con la stessa facilità con cui era caduto, qualcuno te lo rimetteva in piedi in un secondo.

Sono qui, che continuo la mia salita per arrivare alla villa e andarmene a letto, non più sola, ma accompagnata, e di ogni passo mi godo la mia felicità, contenta perché sto camminando con qualcuno. E, ancora di più, ad ogni passo mi godo la felicità di chi cammina con me, contento perché sta camminando con me.

E dò una spiegazione alla vittoria di quel quadro: lui non è diventato più grande.



lunedì 10 settembre 2012

Solo la forza di un ventenne e la speranza di arrivare a casa..




“Mia madre non riusciva più a stare in piedi.”

È strano sentirlo parlare di sua madre. Lui ha 90 anni; non è facile pensare che sia esistita una madre e che lui non sia nato così, novantenne. Che sia stato giovane e addirittura piccolo. Con una mamma e un papà. Una mamma e un papà che per anni non hanno avuto più notizie di lui; per anni, tutti i giorni, in ogni momento. A chiedersi se loro figlio fosse vivo. O se fosse morto.

“Sono stati tre mesi di terrore. Puro terrore.”

Forse è anche per questo che fatico a pensarlo giovane. Porta così tante storie sulle spalle che magari queste l’hanno invecchiato prima del tempo.

Ha altre due lauree oltre a quella del Conservatorio che gli ha insegnato l’arte del violino e del pianoforte, trasmettendogli uno sconfinato amore per la musica. Dipinge, è appassionato di storia e di cultura in generale. E ha fatto la guerra.

“ Non ci si poteva muovere in gruppo perché era pericoloso. Non ci si poteva muovere di giorno perché era pericoloso.”

Alle volte entra e suona un po’ il piano, regalandoci un tranquillo sottofondo; altre entra e mi prende bonariamente in giro, facendomi ridere quando sono umanamente calma, seccandomi quando sono stupidamente di corsa. Ci sono dei giorni in cui passa e osserva gli altri signori che lavorano, altri giorni in cui prende un mazzo di carte e mi spiega dei giochi con queste.
Oggi entra e mi racconta la sua storia come non me l’ha mai raccontata prima.

“Io ero a Grosseto quando ci fu il Proclama Badoglio dell’8 settembre. Ci hanno dato l’ordine di tornare alle nostre case. Di punto in bianco. Mollare tutto e tornare a casa. Io dovevo risalire tutta l’Italia fino a Vicenza. Abbiamo sotterrato le armi in una buca e abbiamo cambiato i vestiti in vestiti civili. Da quel preciso momento i tedeschi erano nostri nemici e se ne incontravi uno per strada ti ammazzava.”

Seduto su quella carrozzina con il pigiama azzurro e un maglione, anche se siamo ad agosto, mi confida queste cose compiendo delle pause, pensieroso, raccontando tutti i dettagli, dando la certezza che il suo matrimonio felice e decenni di musica, non sono riusciti a rimuovere le cicatrici scolpite nella sua mente.

“Ho mangiato uva e foglie di viti per tre mesi. Avevo una fame immensa e il terrore di essere trovato. Soltanto la forza di un ventenne e la speranza di arrivare a casa…

E poi mi sono ritrovato di fronte il Po. Dovevo attraversarlo. Sono stato fermo qualche giorno aspettando qualcosa. E poi è arrivato. Non ho  neanche avuto il tempo di ringraziarlo. Mi ha salvato la vita e io non l’ho neanche ringraziato. Pazzesche le circostanze del nostro mondo.

Lui era un pescatore ed era arrivato lì con la sua barca. Mi disse che mi avrebbe portato dall’altra parte. Dovevo solo mettermi sotto la sua barca. Avrei fatto la traversata sott’acqua. Tirando fuori la testa quando dovevo respirare. Ci mettemmo un giorno. Solo la forza di un ventenne e la speranza di arrivare a casa…”

Smette per un attimo di parlare. Ha bisogno di un momento di pausa. Seduto sulla carrozzina, tiene sempre i piedi poggiati a terra e, con le pantofole che anche mio nonno portava, si spinge verso il pianoforte suonando qualche nota distrattamente.

C’è un’aria surreale. Un presente che stona, invaso dal passato che improvvisamente ha fatto irruzione in questa stanza, con tutta la sua resistenza e la sua pesantezza.

Mentre tento, con fatica, di figurarmi davanti agli occhi l’azione estrema di un uomo attaccato con tutte le sue forze al fondo di una barca, ecco che, strisciando le pantofole, quest’uomo torna da me e, con gli occhi per lui insolitamente umidi, riprende a raccontare.

“E poi sono arrivato in un paesino appena fuori Vicenza. Dopo tre mesi di viaggio ero lì. Non volevo correre rischi ora che quasi c’ero. Bastava che incontrassi un tedesco e tutto sarebbe stato inutile. Allora stetti per due giorni nascosto in un fienile. E poi, una mattina, un contadino mi riconobbe. Era un amico di famiglia. Mi disse che mi avrebbe portato lui dai miei genitori. Loro si trovavano in un grande capannone, insieme a tutti gli altri genitori. Nessuno sapeva niente dei propri figli. Stavano lì e aspettavano. Pregando di veder arrivare il proprio figlio. Aspettavano e pregavano. Uniti dalla stessa speranza.”

Ed è con voce tremante e gli occhi appannati che mi racconta il momento in cui ha fatto il suo tanto atteso ingresso nel capannone. E nelle sue lacrime riesco a vedere la gioia di suo padre quando lo scorse e quando si abbracciarono; e la madre, incredula, come stordita, che non riusciva più a reggersi in piedi.

                                                                                                                                                                                             Milagroso...


mercoledì 29 agosto 2012

(Quasi) 3000 km in un quadro..




Forse è stato un sogno. O forse è stata una poesia. Più probabilmente è stato l’ennesimo nostro viaggio che io racconto, ma che tu hai scritto insieme a me.
L’ennesimo sogno reale che insieme abbiamo scritto.

Tuttavia, prima di iniziare a leggere, immagina che ciascuno dei pensieri più pesanti e ingombranti improvvisamente svanisca. Tutte quelle cose che schiacciano le tue spalle sotto il loro peso e tu spesso ti ritrovi con la schiena piegata a causa loro. Ecco, immagina che tutte queste, tutte insieme, nello stesso esatto momento, svanissero di colpo. Permettendo alle tue spalle di risposarsi, alla tua schiena di raddrizzarsi e ai tuoi polmoni di allargarsi in un modo che non conoscevano, che non credevano possibile. Pulendo la tua mente, mostrandoti quanto può essere vasta. E dandoti la possibilità di custodirvi solamente quello che tu vuoi farvi entrare, solo quello che tu, nessun altro.

Immagina di sentirti libera.

Dopo di che incornicia la tua mente con un cielo tanto stellato che ti ricorda lui della notte di S. Lorenzo, rivesti i tuoi polmoni di un verde infinito e pulito; il tutto accompagnato da una leggera brezza sul viso che soffia via, dolcemente, il caldo della città.

Adesso le socie possono prendere i loro zaini, ora finalmente leggeri, e partire.



Ora puoi iniziare a incamminarti per questa serata, cantando e ballando sotto la pioggia. Col viso bagnato perché, checché si dica, anche la pioggia irlandese bagna; con il fiatone e con le gambe un po’ stanche perché la strada è in salita. Ma senza smettere di cantare e ballare sotto questa pioggia. Perché le mie spalle sono più sollevate, i miei polmoni respirano e la mia mente l’ho riempita con tutti gli orizzonti che stiamo vedendo in questi giorni. E i nostri zaini sono leggeri.

E allora, se tu sai cantare..

Addio, addio,
e un bicchiere elevato, al cielo di Irlanda, e alle nuvole gonfie;
un nodo alla gola ed un ultimo sguardo alla vecchia Anna Liffy e alle strade del porto…

Ma chi era Anna Liffy? Forse un’atleta che combatteva sull’area di un ring..

Chissà se è un addio o un arrivederci il nostro.. Se andremo a trovare l’altra quando si sarà trasferita, se ci trasferiremo entrambe o se semplicemente torneremo a sederci su quella panchina in autunno e in primavera. Così da vedere quel field, un tempo innevato, in tutte le stagioni..

Per ora la salutiamo, la verde Irlanda, la salutiamo con un nodo alla gola, senz’altro, ma con una Guinness elevata la ringraziamo.

Per averci regalato, magari non una vacanza rilassante, ma un viaggio fantastico.
Che poi il viaggio fantastico le socie sarebbero state in grado di farlo ovunque. Certo è che i colori irlandesi le hanno aiutate.

(Quasi) 3000 km dentro ad un quadro. Tu li hai mai fatti? Sì, tu li hai fatti.. E a tutte le cose che abbiamo letto su questo paese e a tutte le canzoni ascoltate che ce lo raccontavano ora possiamo aggiungere le nostre. Possiamo dire se il sud è più bello del nor.. No! Questo non saremo mai in grado di dirlo, o cmq non entrambe, ma saremo capaci di raccontare com’è il sud. Com’è il nord. Com’è l’ovest. E com’è l’est. Complimenti alla perfetta sosaiety. Complimenti. Complimenti perché si innamorano di un paese da lontano, attraverso le parole di altri, ma poi ci entrano completamente e si innamorano nuovamente di quel paese, da vicino. Da dentro.

Il primo chilometro è iniziato caricando il dondolo claudicante su una macchina montata alla rovescia e sfrecciando, con le ali sotto le ruote, tra stradine uscite da Mary Poppins. Una canzone di sottofondo e gli occhi il più aperti possibile per non perdersi neanche una pecora, o un cartello buffo, o semplicemente per cercare di capire dove diamine va a finire la strada davanti a noi, dopo quel dosso degno delle migliori montagne russe..

E dopo che la macchina era stata presa, tutto era in discesa! Dopo che per settimane non hai dormito al pensiero di quella macchina, di quella guida; dopo che da tempo hai inveito contro questi cavolo di irlandesi che devono per forza essere diversi, dopo che non riuscivi ad immaginare il tuo viaggio perché non sapevi se saresti andata oltre a quella prova…. Ora tutto poteva iniziare!!

Soooociaaaa!! Ce l’abbiamo fattaaaaaa!! Siamo in stradaaaa! Ma soprattutto: ci hanno lasciato la macchina!! Nessuno ci può più fermareee! È nostraaa! E questa Irlanda è tutta da girare!! Tutto può avere inizioooo! Sociaaaa! …socia…? Ey..socia..? ci sei…?

Ah no..socina, socia pulita e per gli amici “socia perfetta” è accasciata sul sedile della macchina.. Un piccolo, stupido e, col senno di poi, completamente inutile cavetto, l’ha ridotta in questo modo.

Molto bene. Abbiamo l’Irlanda da girare. Non abbiamo un navigatore per girare l’Irlanda. O meglio, non abbiamo il cavetto che collega il navigatore per girare l’Irlanda. Bè, sarebbe stato più difficile girare l’Irlanda con un cavetto, ma senza Irlanda, mettiamola così. Poi che problemi abbiamo io e te? Mi pare che non abbiamo nessuna difficoltà a trovare l’ufficio del turismo irlandese in una piazza di Milano, avendo tanto di indirizzo con numero, che problema avremo a fare il giro di uno stato del quale neanche sappiamo leggere i cartelli stradali?

Questo viaggio è tutto in salita.

O meglio: lo sarebbe per una sosaiety non perfetta e non collaudata come la nostra, ma per noi non c’è problema. Il dondolo claudicante si riequilibra immediatamente e ora si può davvero iniziare.

Rifacciamo: “braaavaa sociaaa!! Seeeii uuuunaaa rooocciaaa!! Veramente, complimenti, sei un mostro!! Brava, brava, BRAVAAA”. Questi i migliori apprezzamenti in 7 anni di perfetta sosaiety. Meritavano un posto in questo racconto.

E poi basta. Le socie sono partite e allora chi le ferma più? Al secondo chilometro scoprono che la loro benzina non è certo diesil è vera benzina e allora una mangia e l’altra le cambia nome; una si sta per addormentare e l’altra allora canta e la prima vedi che non si addormenta più, mai più; una si lava mentre l’altra scrive; una, dopo un monologo irlandese, fissa l’interlocutore a bocca aperta, l’altra traduce finendo con “forse eh..”; una parla con le pecore e l’altra è arrivata in cima alla passeggiata; una sta per spiaccicarle contro un tir e l’altra ride; una mette la retromarcia su un tornante con dietro un burrone e l’altra tira il freno a mano. La loro benzina non è certo diesil.



Già al terzo chilometro capiamo che gli aggettivi per descrivere gli indescrivibili paesaggi che hanno illuminato il nostro animo sono veramente minuscoli e impropri. La magia (e questa parola, se ci fai caso, è la più nominata quando si parla di un nostro viaggio) è palpabile percorrendo le scogliere delle Aran o le Cliff, e non solo perché stiamo ammirando il luogo dove fu trovato un Horcrux. È palpabile sentendo le gambe che tremano sopra quella immensità, o sentendo la risata provenire da una mentre l’altra imita un perfetto tuffo con tanto di mimica facciale osservabile solo da lei..o guardando il sorriso perenne sul volto della sociona. Che già è grande. Figuriamoci che sorriso si ritrova guardando lo spettacolo che è apparso davanti a loro.

La vita è bella. Non c’è nient’altro da dire. La vita è bella.



E, non lo credevamo possibile, ma chilometro dopo chilometro, lo diventava sempre di più.

Come al quarto chilometro, quando abbiamo conosciuto il fedelissimo Cove (se ci pensi “fedelissimo” è la parola più appropriata dal momento che non si è mai spostato dal suo posto..!) e  mentre passeggiavamo su quel ponte di legno sospeso nel vuoto, una staccando persino entrambe le mani, te la stringerei per questo una mano se fossi in grado di staccarla io. E mentre ci raccontavamo la storia del gigante Finn che in quel momento non era in casa, perché neanch’io rimarrei mai un secondo in casa, vivendo in un quadro.



E ora che sono qui che ogni tanto riguardo le foto e aspetto che qualcuno mi chieda di raccontargli qualcosa del nostro viaggio, per potermi rituffare di nuovo, penso che quella è veramente vita. Non questa in questa città, alzandoci presto e spesso di malavoglia, con i pesi di tutte le giornate. Quella è stata veramente vita. E noi abbiamo avuto la possibilità di viverla e socia, lasciacelo dire, abbiamo colto quella possibilità nel migliore dei modi.
E ora che sono qui, faccio un respiro profondo e mi ritrovo ancora a guardare giù da quelle scogliere, con te, appena dietro, che mi dici di stare attenta. E ancora penso che la vita è bella.

Al quinto chilometro sono diventata una sociona. Ma come potevo fare altrimenti? Quando sei felice, vorresti diventare il più grande possibile, per poter far entrare ancora più felicità in te. Come ho fatto. Mi sono ingigantita e ho allargato il mio stomaco perché tutte le bellezze osservate potessero entrare dentro di me e riempirmi. E se lo spazio è troppo piccolo, io lo allargo. Non mi voglio perdere neanche un cm di questi (quasi) 3000 km. Ed è grazie a questo che ho così potuto mangiarmi qualsiasi tipo di patatine, qualsiasi tipo di cibo indiano superpiccante, brasati su brasati immersi in sugo di guinness, zuppa di pesce con salmone a seguito, full irish breakfast, svariate e irriconoscibili specie di molluschi, kebab senza la maggior parte delle cose che ci metteresti dentro a un kebab, una buonissima paella.. E con la mia felicità dire che tutto questo era ottimo. E con la mia entusiasmante felicità mostrare anche la tua, appisolata da qualche parte, ma solo in attesa di baciare la pietra del castello di blarney che le avrebbe donato l’eloquenza e sarebbe stata poi in grado di raccontare tutto il suo entusiasmo. Questa è una storia. Mi piace romanzare ogni tanto.



Però mi piace anche raccontare quel che davvero è successo e quindi quel momento. Quel momento, al decimo chilometro. Emblematico di questa sosaiety. Una sera vedo questa scena buffa: tre pelati e un tizio coi capelli, loro quattro seduti allo stesso tavolo. I tre pelati li avevamo già notati quando erano in piedi insieme e già avevamo sorriso contemporaneamente. Ma appena si siedono al tavolo con quel quarto, che non centra con loro subito mi avvicino per dirti. La noti anche tu questa scena e subito ti avvicini per dirmi. E non ce la siamo mai detta quella precisa frase, che identica avevamo in testa. Nel modo che è nostro, e quindi semplicemente, ci guardiamo e la risata, anche questa, diventa unica. E a questo tavolo, puoi star ben certa che non c’è nessun intruso. A te farà pensare senza dubbio che stiamo passando decisamente troppo tempo insieme. Io, come sempre, saltello e ho una visione più ottimista della cosa. E leggo sempre tra le righe, ma sotto sotto sono certa che tu sia d’accordo. Mi fa pensare che da quando ti ho fatta entrare in casa mia, non hai mai più voluto andartene. Certo, ogni tanto sei in cucina, alle volte in camera, altre in balcone. Ma cmq sempre lì. E in questo viaggio sei proprio seduta sul mio divano e ti stai bevendo con me una birra. E per tutto questo viaggio, io e te sembriamo un quadro dentro a un quadro.



E dopo il centesimo chilometro, è stato un attimo arrivare ai (quasi) 3000. Compiendo un giro così preciso e perfetto, che addirittura, a pochi km da Dublino le campane già suonavano a festa. E da protagoniste e scrittrici di questa storia fantastica, eravamo noi a suonarle.

E per tutti i (quasi) 3000 km di questo giro così preciso e perfetto, non ci siamo mai, neanche per 1 mm, sentite straniere in queste terre lontane.
Mentre posavamo i nostri passi su quei granelli bianchi, attendendo che lo sguardo si saziasse dell’infinito oceano cristallino che danzava sui miei piedi e commuoveva i nostri animi.



Non ci siamo mai sentite straniere su quelle autostrade gratuite dove anche a noi tre venivano fatte le 4 frecce o i fari per ringraziarci di qualcosa per cui un qualsiasi milanese avrebbe reagito in maniera decisamente meno poetica.

Non solo non ci siamo mai sentite straniere, ma addirittura ci siamo sentite a casa ogni volta che, come figlie, siamo state accolte in un nuovo B&B dove nel giro di due minuti già eravamo in soggiorno, accomodate su un divano, con una mano impegnata a tenere un muffin fatto in casa e nell’altra una fumante tazza di caffè. Aspettando di trascorre la serata nel salotto di Nancy, sopra la sua macchina da cucito.

Abbiamo fatto tanta strada. E mentre la percorrevamo, coloravamo i tratti sulla nostra cartina. Pezzettino per pezzettino, aggiungevamo sempre l’ultimo tragitto compiuto sulla nostra mappa. E, pezzettino dopo pezzettino, stavamo andando sempre più lontano, sempre in movimento, sempre con rinnovata voglia di conoscere la contea successiva, di tuffarci nella sua bandiera e nei suoi colori, attutite dalle morbide nuvole bianche, ogni volta eravamo pronte per scoprire il nuovo paesino, per scovare il delfino Fungie e per fotografare le teste delle foche appena facevano capolino. E, pezzettino dopo pezzettino, quasi senza neanche accorgercene, abbiamo attraversato un intero paese, facendolo nostro e aggiungendo (quasi) 3000 km ai nostri tre puntini. Sapendo che insieme stiamo andando ogni giorno sempre più lontane.



Sono spaventata. Sono spaventata perché come si fa a tornare qui dopo quei chilometri? Dopo aver trascorso le serate in quei pub colmi di musica saltellante e di vecchietti che bevono più di noi. Dopo 15 giorni di perfetta sosaiety, una espressione migliore non c’è, di tranquillità e calma, senza pensieri. È andato veramente tutto bene. Abbiamo osservato posti splendidi, mangiato cose ottime e siamo andate più che d’accordo per tutto questo tempo. Niente è andato storto. Incredibile a dirsi. Se ce l’avessero detto prima non gli avremmo creduto. Ma non solo è andato tutto bene, fosse solo questo non sarebbe così faticoso tornare qui.

È stato come spiccare un salto nel vuoto, provando il brivido del non sapere che cosa ti aspetterà, rimanere sottobraccio dondolando nel cielo, finchè le candide nuvole si sono scostate per farci passare e, sempre volando, abbiamo visto quel che nascondevano dietro, e siamo state invase da colori, profumi e brezze sul viso. Siamo scivolate insieme su quell’arcobaleno, dall’inizio fino alla fine e poi di nuovo siamo tornate a volare nei cieli immensi dell’Irlanda, girando e ballando, cantando e ridendo, appisolandoci dopo aver bevuto caldi caffè. E in questo spazio immenso, tra ruscelli e alberi, guardando ora un Murales ora un cappellaio matto, sempre in volo abbiamo scoperto cosa vuol dire  essere in pace. Con tutto.

Credo sia lecito essere ora un po’ spaventati.

Ma ogni volta che questo timore affiorerà in me, io chiuderò gli occhi e tornerò in quel posto. Seduta su quella sedia, con di fronte un tavolino. Con un fare educatamente francese farò la mia ordinazione e la attenderò, dando le spalle a quelle casette colorate, sentendo coi miei piedi l’erba fresca, posando il mio sguardo sul vento che lo trasporterà tra le correnti di quel mare di fronte. E quando mi stancherò farò due passi lì vicino, da Charlie Chaplin che mi farà fare un sorriso. E poi tornerò a sedermi su quella sedia e, quando i due caffè che ho ordinato arriveranno, aspetterò te per berlo e so già che sempre arriverai zoppicando. E finalmente troverò di nuovo quella sensazione di pace che ho avuto per tutti i nostri (quasi) 3000 km.



Tu che dici?







giovedì 19 luglio 2012

Tu esisti.





Di dove sei tu? Io sono italiana.

E tu invece? Io sono cittadina del mondo.

Scusa? Dai, oh, poco “figlia dei fiori” e “tutto il mondo è paese”, t’ho fatto una domanda abbastanza precisa: da che paese vieni, dove sei nata insomma?

Io sono nata in Burundi e poi, subito, mi hanno portata in Rwanda. Lì c’è stata la guerra civile, allora siamo scappati per non sapevamo dove, e siamo finiti in Italia. Io non sono registrata da nessuna parte.

Io non esisto.
Tu, sì, mi stai vedendo, ma io per il mondo non esisto.
Da nessuna parte c’è scritto il mio nome.
Io sono uguale a te.
Tu però esisti. Io no.

Se io voglio partecipare a una borsa di studio, non posso. Se mi voglio aggregare a un viaggio che i miei amici fanno in Grecia, non posso. Se voglio fare l’anno di servizio civile all’estero, non posso. Se voglio andare a Londra per imparare la lingua, non posso. Se voglio prendere e andarmene, io non posso farlo.

Tu discuti con tuo padre. Io mio padre non l’ho potuto vedere per quattro anni perché era in Canada e non poteva uscire da lì, noi eravamo in Italia e non potevamo uscire da qua. 4 anni. Giorno dopo giorno. 4. Quattro. Anni.

Un giorno hanno bussato alla nostra porta e ci hanno detto: ormai la guerra è qui. Tra 1 ora partiamo. Tu immagina la tua cameretta. Il tuo armadio, i tuoi vestiti, le tue cose, i tuoi ricordi. Hai tempo 1 ora per fare una valigia per andare non sai dove e non sai per quanto tempo. Immagina mia madre che allora aveva tre figlie, una di 6 anni, una di 7 e una di 11. Doveva pensare alle loro cose. Ai giocattoli preferiti di ciascuna, ai loro vestiti, alle medicine perché io e mia sorella ai tempi stavamo male. E poi doveva pensare anche alle sue di cose. 1 ora non basta neanche per sederti sul divano e guardare un film, credi che basti per mettere cinque vite nel bagagliaio di una macchina? Eppure, alle 11, io, mia madre, mio padre e le mie due sorelle eravamo lì, con gli altri.

Della mia infanzia, io ho un foulard. Non ho peluche, non ho foto, non ho giocattoli o ricordi. Io ho un foulard.

Quando poi abbiamo girato un po’, un giorno, ci curava mia sorella più grande perché mia madre era andata al mercato a vendere delle pentole che aveva incastrato in macchina, dovevamo portarle delle cose, a mia madre, e lei ce l’aveva detto, ce l’aveva detto perfino: “Sono sulla destra, verso l’inizio del mercato.”. Allora noi siamo andate, ma non l’abbiamo trovata; ci siamo fatte tutto il mercato, quando poi lei ci è venuta incontro dicendo: “Ma vi ho detto che ero là…” quella era mia madre.

E…e noi non l’avevamo riconosciuta.

Tu pensa a tua madre che tutte le mattine si lava, si pettina, si mette il talleur, prende la borsetta e va al lavoro. Come puoi riconoscerla quando è seduta in mezzo alla polvere, sporca, mentre cerca di vendere le due pentole che ha messo su quel lenzuolo di fronte a lei? Mia madre lavorava in una banca. E noi non l’abbiamo riconosciuta.

Tu mi vedi.
Ma io non esisto.
 
Serena studia al politecnico di Milano e ha circa la mia età. E quando le chiedono qualcosa del suo futuro è un po’ incerta. Forse pensa a quel signore egiziano che è laureato in economia e commercio ed ora fa il pizzaiolo. Oppure a Dominique, avvocato, assilla i passanti in via Dante perché gli comprino un libro. O forse pensa che non esiste, cosa può fare una persona che non esiste?
 
Può far pensare a me che esisto. Può farmi pensare che sono fortunata ad arrabbiarmi così spesso coi miei famigliari. Sono fortunata a potermi lamentare di quanto costa l’acqua in Spagna. Sono fortunata ad avere dei problemi con le date per il mio viaggio di laurea.

Forse Serena domani incontrerà qualcuno che le permetterà di esistere.

Io so che oggi Serena ha incontrato persone che già esistono, ma magari le ha spronate a farlo un po’ meglio.



 
 

martedì 10 luglio 2012

Domani.


Non ha occhi lui.

Non vede dove ti trovi, se sei insieme ad un paziente o addirittura in un gruppo di pazienti che hanno bisogno di te in quel momento; se sei nel mezzo di una riunione con colleghi e medici; se sei da sola in casa senza nessuno vicino a cui poterti aggrappare in quel momento; se sei fuori con un amico che si spaventerà e si preoccuperà. Anche se dormi lui arriva. E ti sveglia.

Lui non vede. Ma se anche vedesse, non gli importerebbe di nulla e arriverebbe ugualmente.

Irromperebbe nello stesso modo furioso e aggressivo, sradicando le tue certezze e annientando le tue fondamenta; ribaltando i pensieri della tua testa, affogando quelli più belli, per sommergerti violentemente coi più brutti. Tutti insieme. Senza ordine. In primo piano. Tutti, con il loro peso infinito, crollati addosso a te. Loro, che sei riuscita a controllare razionalmente fino ad ora, con fatica, calma e pazienza, sconfiggono in un attimo tutta la tua ragione e finalmente sono liberi di tornare allo scoperto. E con la loro forza, solo momentaneamente assopita, si prendono tutta l’aria. Senza lasciarne più per te.

Non hai più aria. E te ne accorgi perché quando ti ricordi di tornare a respirare, non ci riesci. Ci riprovi e ancora non riesci. Devi continuare a provarci. Non fosse altro che per sopravvivenza.

Non sei capace di muoverti. Sei annientata. Puoi solo stare lì. Ad aspettare che torni l’aria. E ad attendere che tutte le tue paure principali tornino ad essere ragionevoli e, piano piano, riprendano il loro posto.

È un’attesa spossante. Ed agghiacciante.

Tuttavia, le lacrime che scorrono sul tuo viso hanno un qualche cosa di dolce. Fanno tenerezza. Perché quando il viso non è più in grado di singhiozzare, perché non ha più le forze per farlo, loro continuano a scendere, senza sforzo apparente. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Uscire dal tuo occhio ormai vuoto, scivolare leggermente sulla tua guancia e allontanarsi delicatamente una volta arrivata alla curva del mento. Così. Come a voler ristabilire un ordine. Come a richiamare il tempo. Come se volessero riportare un ritmo, così che poi possa seguirlo anche il tuo cuore. E poi i tuoi polmoni.

Loro sanno come si fa. Solo che ora non se lo ricordano. Ma se qualcuno glielo mostra, riprenderanno a compiere quei movimenti e, a poco a poco, torneranno a sembrare normali.

Questo è ciò che rende quelle lacrime, danzanti sul tuo viso, dolci.

Poi andranno via anche loro. Per lasciare il posto a un mezzo sorriso. Uno intero, quel corpo distrutto non riesce a farlo, ma mezzo sì. Perché è sempre lui a iniziare la battaglia, ma è sempre quel corpo devastato a vincerla. E questo, domani, trasformerà quel sorriso in intero.

Sapendo che prima o poi lui tornerà e non avrà alcun riguardo a calpestarla nuovamente, come già ha fatto.

Ma sapendo anche che lei tornerà sempre a sorridere.



lunedì 9 luglio 2012

Dario.





La domenica si va a messa tutti insieme. Los ninos especiales hanno il proprio posto, ma sempre arrivano un po’ prima, per evitare che qualcuno glielo rubi. Sarebbe impensabile per loro passare tutta la messa in piedi. Anche questa domenica arriviamo qualche minuto prima e ci sediamo tranquilli, sulla sinistra, a metà chiesa, vicino alla parete, al nostro posto.

Allo scambio della pace mi volto per stringere le mani dei ragazzi. A un certo punto ne stringo una che non è famigliare. È quella di una donna, ed è seduta di fianco a Dario. Penso a chi possa essere e fantastico immaginando che sia sua mamma, che per questa domenica è venuta a trovarlo. La Nico ce l’aveva detto che lei era una brava mamma che, a volte, veniva a trovarlo Dario. A volte è tantissimo. Dario è più che fortunato perché sua mamma in più di un mese è venuto a trovarlo una volta.

Scopro che la mia fantasticheria era vera: quella signora pacioccona, dalla faccia simpatica è proprio la mamma di Dario. Andiamo tutti insieme al parco giochi e stiamo lì, mentre Dario e sua mamma sono seduti sulla panchina insieme a Nicoletta. La mamma le fa le domande, le chiede come sta suo figlio. E intanto lo accarezza. Gli sorride. È per lui una mamma. E Dario appoggia, sorridendo serenamente, la sua testa su di lei e si fa cullare. In questo momento anche lui è finalmente figlio.

Ci avviamo verso la salita tutti più leggeri, tutti più rinfrescati da questa visita.

Fino a quando Nicoletta inizia a giocare con Dario. Ma non è questo il momento. Stiamo camminando perché è ora di pranzo, dobbiamo muoverci, perché ora gli copre gli occhi e gli chiede: “Donde esta Dario?”. Poi vedo la signora paffuta che bacia Dario. Si volta, mi passa di fianco e mi mormora con voce tremante: “Ciao senorita”, io riesco solo a bofonchiare un ciao, perché per cercare di capire cosa stesse succedendo ho incrociato i suoi occhi e li ho visti tristemente lucidi. Guardo Dario nuovamente e cerca di divincolarsi, ha gli occhi aggrottati, fa così quando è arrabbiato, quando gli stanno facendo fare qualche cosa che non vuole fare, che non gli piace, è il suo modo per dire che non è d’accordo. Ora però non sta dicendo solo questo. I suoi occhi altrettanto lucidi stanno urlando:

Perché mamma? Perché se sono tuo figlio non posso venire a casa con te? Non è così? Non è forse che le mamme stanno insieme ai loro figli? Che vivono con loro. Che gli danno da mangiare e la sera sono loro che li mettono a letto? Mamma, non funziona così? È perché non ti piaccio? È perché sono così? Scusami mamma se sono così, veramente scusami, io cerco di non esserlo, ma non ci riesco, non ci riesco. Scusami mamma.

E poi si lascia tirare verso quella che, sebbene non voglia, è casa sua. E mentre si lascia tirare per mano si guarda indietro una, due, tre, dieci volte, con la costante speranza che sua madre lo avrebbe perdonato, avrebbe capito che non era colpa sua, lo avrebbe amato e lo avrebbe portato a casa con sé, che non l’avrebbe lasciato andare via senza di lei; come poteva non farlo? Era suo figlio. Erano stati bene al parco.

Ah, Dario è così perché è nato con un ritardo mentale, lieve. Questo ritardo mentale gli ha fatto bere una bottiglia intera di veleno per topi. È stato un attimo. Prima poteva vivere con sua mamma.

Dopo no.



giovedì 28 giugno 2012

Due compagne di stanza.




L’ho sempre trovato incredibile: sono qui dentro a trascorrere gli ultimi anni della mia vita e…non so con chi posso capitare in stanza. Io poi sono difficile. Ho dei problemi a trascorrere anche solo un week end nella stessa camera con te, se non ti conosco. Anche se non ti conosco bene. Anche se non ti conosco benissimo. Trascorrerei un week end nella stessa camera solo con 5 persone al mondo. Forse 4. Sicuramente 2. Sì, lo so, io sono difficile.

Però in questi posti si paga una barca di soldi e si entra sperando di trascorrervi ben più di un week end. E neanche posso portarmi la compagna di stanza da casa. Neanche posso sceglierla. L’ho sempre trovato incredibile.

E così non si sono scelte queste due signore e tutti sono sicuri che, conoscendosi, non si sarebbero mai scelte. Una sicuramente. L’altra non lo sappiamo.

Più di un anno a dividere le stesse notti e gli stessi risvegli. A partecipare, volenti o nolenti, alle malattie dell’altra, ai dolori dell’altra, alle difficoltà dell’altra. Più di un anno a mostrarsi in un’intimità che rende fragili agli occhi di un amico; che annienta agli occhi di uno sconosciuto.

Una più silenziosa e riservata. Raramente ha dato confidenza. Signora elegante nei modi e nei vestiti; nelle parole e negli oggetti riposti con cura sopra al suo comodino. Poteva sembrare antipatica nel suo distacco, ma era molto più simpatica di tanti tra i più amichevoli.

L’altra più chiacchierona e gioiosa, con quel suo modo di ridere tanto da trattenere il fiato fino a farti spaventare, per poi dirti: “Sciocca, non mi far ridere così che mi fa male!”. Sempre con qualcosa da dire, sempre al centro della scena, alla quale non puoi far altro che affezionarti, fosse solo per quel suo modo puntuale di ripetere a pappagallo tutto quel che stai dicendo, se non lo stai dicendo a lei, finchè non smetti di parlare con l’altra persona e non le dedichi tutta la tua attenzione.

Due signore così diverse, diventate per più di un anno, prime protagoniste nella vita dell’altra.

E tra tutte le coppie che da sempre nascono, mai nessuna ha avuto un corso così sbagliato e infelice.

Almeno secondo i racconti della più chiacchierona.

“Si lamenta sempre dei suoi mali. E cosa pensa? Che io non abbia mali? Li ho anch’io, ma mica passo tutto il giorno a lamentarmi con lei! E poi lo sai che è invidiosa? Perché io oggi ho fatto le scale e invece a lei non le lasciano fare perché non è capace. E io lo so che è invidiosa anche se non me lo dice.”

Non ho mai scoperto con certezza se questa antipatia fosse reciproca o solo dalla sua parte; ma ho sempre sospettato che l’altra signora fosse troppo superiore per badare a queste piccole cose.

Non come la prima, così avversa da non entrare nella mia stanza se già era presente l’altra.

Per più di un anno ho sentito frasi velenose: “La mia simpaticona passa il tempo a mettersi lo smalto: ma chi pensa che debba vedere le sue mani?? Non riceve mai visite! Anzi, ha sempre da ridire quando viene mia figlia, perché facciamo rumore, ma è solo perché lei non ha nessuno!”.

Fino a ieri. Quando la signora più chiusa, nel suo modo riservato, si è spenta. E tu non sei più riuscita a smettere di piangere. E forse non era così vero che lei non aveva nessuno. Per più di un anno ha avuto te che, sotto le tue cattiverie e le tue malizie, l’hai amata in un modo che neanche tu immaginavi.






E così non si sono scelte queste due signore e tutti sono sicuri che, conoscendosi, non si sarebbero mai scelte. Una sicuramente. L’altra non lo sappiamo.