giovedì 19 luglio 2012

Tu esisti.





Di dove sei tu? Io sono italiana.

E tu invece? Io sono cittadina del mondo.

Scusa? Dai, oh, poco “figlia dei fiori” e “tutto il mondo è paese”, t’ho fatto una domanda abbastanza precisa: da che paese vieni, dove sei nata insomma?

Io sono nata in Burundi e poi, subito, mi hanno portata in Rwanda. Lì c’è stata la guerra civile, allora siamo scappati per non sapevamo dove, e siamo finiti in Italia. Io non sono registrata da nessuna parte.

Io non esisto.
Tu, sì, mi stai vedendo, ma io per il mondo non esisto.
Da nessuna parte c’è scritto il mio nome.
Io sono uguale a te.
Tu però esisti. Io no.

Se io voglio partecipare a una borsa di studio, non posso. Se mi voglio aggregare a un viaggio che i miei amici fanno in Grecia, non posso. Se voglio fare l’anno di servizio civile all’estero, non posso. Se voglio andare a Londra per imparare la lingua, non posso. Se voglio prendere e andarmene, io non posso farlo.

Tu discuti con tuo padre. Io mio padre non l’ho potuto vedere per quattro anni perché era in Canada e non poteva uscire da lì, noi eravamo in Italia e non potevamo uscire da qua. 4 anni. Giorno dopo giorno. 4. Quattro. Anni.

Un giorno hanno bussato alla nostra porta e ci hanno detto: ormai la guerra è qui. Tra 1 ora partiamo. Tu immagina la tua cameretta. Il tuo armadio, i tuoi vestiti, le tue cose, i tuoi ricordi. Hai tempo 1 ora per fare una valigia per andare non sai dove e non sai per quanto tempo. Immagina mia madre che allora aveva tre figlie, una di 6 anni, una di 7 e una di 11. Doveva pensare alle loro cose. Ai giocattoli preferiti di ciascuna, ai loro vestiti, alle medicine perché io e mia sorella ai tempi stavamo male. E poi doveva pensare anche alle sue di cose. 1 ora non basta neanche per sederti sul divano e guardare un film, credi che basti per mettere cinque vite nel bagagliaio di una macchina? Eppure, alle 11, io, mia madre, mio padre e le mie due sorelle eravamo lì, con gli altri.

Della mia infanzia, io ho un foulard. Non ho peluche, non ho foto, non ho giocattoli o ricordi. Io ho un foulard.

Quando poi abbiamo girato un po’, un giorno, ci curava mia sorella più grande perché mia madre era andata al mercato a vendere delle pentole che aveva incastrato in macchina, dovevamo portarle delle cose, a mia madre, e lei ce l’aveva detto, ce l’aveva detto perfino: “Sono sulla destra, verso l’inizio del mercato.”. Allora noi siamo andate, ma non l’abbiamo trovata; ci siamo fatte tutto il mercato, quando poi lei ci è venuta incontro dicendo: “Ma vi ho detto che ero là…” quella era mia madre.

E…e noi non l’avevamo riconosciuta.

Tu pensa a tua madre che tutte le mattine si lava, si pettina, si mette il talleur, prende la borsetta e va al lavoro. Come puoi riconoscerla quando è seduta in mezzo alla polvere, sporca, mentre cerca di vendere le due pentole che ha messo su quel lenzuolo di fronte a lei? Mia madre lavorava in una banca. E noi non l’abbiamo riconosciuta.

Tu mi vedi.
Ma io non esisto.
 
Serena studia al politecnico di Milano e ha circa la mia età. E quando le chiedono qualcosa del suo futuro è un po’ incerta. Forse pensa a quel signore egiziano che è laureato in economia e commercio ed ora fa il pizzaiolo. Oppure a Dominique, avvocato, assilla i passanti in via Dante perché gli comprino un libro. O forse pensa che non esiste, cosa può fare una persona che non esiste?
 
Può far pensare a me che esisto. Può farmi pensare che sono fortunata ad arrabbiarmi così spesso coi miei famigliari. Sono fortunata a potermi lamentare di quanto costa l’acqua in Spagna. Sono fortunata ad avere dei problemi con le date per il mio viaggio di laurea.

Forse Serena domani incontrerà qualcuno che le permetterà di esistere.

Io so che oggi Serena ha incontrato persone che già esistono, ma magari le ha spronate a farlo un po’ meglio.



 
 

martedì 10 luglio 2012

Domani.


Non ha occhi lui.

Non vede dove ti trovi, se sei insieme ad un paziente o addirittura in un gruppo di pazienti che hanno bisogno di te in quel momento; se sei nel mezzo di una riunione con colleghi e medici; se sei da sola in casa senza nessuno vicino a cui poterti aggrappare in quel momento; se sei fuori con un amico che si spaventerà e si preoccuperà. Anche se dormi lui arriva. E ti sveglia.

Lui non vede. Ma se anche vedesse, non gli importerebbe di nulla e arriverebbe ugualmente.

Irromperebbe nello stesso modo furioso e aggressivo, sradicando le tue certezze e annientando le tue fondamenta; ribaltando i pensieri della tua testa, affogando quelli più belli, per sommergerti violentemente coi più brutti. Tutti insieme. Senza ordine. In primo piano. Tutti, con il loro peso infinito, crollati addosso a te. Loro, che sei riuscita a controllare razionalmente fino ad ora, con fatica, calma e pazienza, sconfiggono in un attimo tutta la tua ragione e finalmente sono liberi di tornare allo scoperto. E con la loro forza, solo momentaneamente assopita, si prendono tutta l’aria. Senza lasciarne più per te.

Non hai più aria. E te ne accorgi perché quando ti ricordi di tornare a respirare, non ci riesci. Ci riprovi e ancora non riesci. Devi continuare a provarci. Non fosse altro che per sopravvivenza.

Non sei capace di muoverti. Sei annientata. Puoi solo stare lì. Ad aspettare che torni l’aria. E ad attendere che tutte le tue paure principali tornino ad essere ragionevoli e, piano piano, riprendano il loro posto.

È un’attesa spossante. Ed agghiacciante.

Tuttavia, le lacrime che scorrono sul tuo viso hanno un qualche cosa di dolce. Fanno tenerezza. Perché quando il viso non è più in grado di singhiozzare, perché non ha più le forze per farlo, loro continuano a scendere, senza sforzo apparente. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Uscire dal tuo occhio ormai vuoto, scivolare leggermente sulla tua guancia e allontanarsi delicatamente una volta arrivata alla curva del mento. Così. Come a voler ristabilire un ordine. Come a richiamare il tempo. Come se volessero riportare un ritmo, così che poi possa seguirlo anche il tuo cuore. E poi i tuoi polmoni.

Loro sanno come si fa. Solo che ora non se lo ricordano. Ma se qualcuno glielo mostra, riprenderanno a compiere quei movimenti e, a poco a poco, torneranno a sembrare normali.

Questo è ciò che rende quelle lacrime, danzanti sul tuo viso, dolci.

Poi andranno via anche loro. Per lasciare il posto a un mezzo sorriso. Uno intero, quel corpo distrutto non riesce a farlo, ma mezzo sì. Perché è sempre lui a iniziare la battaglia, ma è sempre quel corpo devastato a vincerla. E questo, domani, trasformerà quel sorriso in intero.

Sapendo che prima o poi lui tornerà e non avrà alcun riguardo a calpestarla nuovamente, come già ha fatto.

Ma sapendo anche che lei tornerà sempre a sorridere.



lunedì 9 luglio 2012

Dario.





La domenica si va a messa tutti insieme. Los ninos especiales hanno il proprio posto, ma sempre arrivano un po’ prima, per evitare che qualcuno glielo rubi. Sarebbe impensabile per loro passare tutta la messa in piedi. Anche questa domenica arriviamo qualche minuto prima e ci sediamo tranquilli, sulla sinistra, a metà chiesa, vicino alla parete, al nostro posto.

Allo scambio della pace mi volto per stringere le mani dei ragazzi. A un certo punto ne stringo una che non è famigliare. È quella di una donna, ed è seduta di fianco a Dario. Penso a chi possa essere e fantastico immaginando che sia sua mamma, che per questa domenica è venuta a trovarlo. La Nico ce l’aveva detto che lei era una brava mamma che, a volte, veniva a trovarlo Dario. A volte è tantissimo. Dario è più che fortunato perché sua mamma in più di un mese è venuto a trovarlo una volta.

Scopro che la mia fantasticheria era vera: quella signora pacioccona, dalla faccia simpatica è proprio la mamma di Dario. Andiamo tutti insieme al parco giochi e stiamo lì, mentre Dario e sua mamma sono seduti sulla panchina insieme a Nicoletta. La mamma le fa le domande, le chiede come sta suo figlio. E intanto lo accarezza. Gli sorride. È per lui una mamma. E Dario appoggia, sorridendo serenamente, la sua testa su di lei e si fa cullare. In questo momento anche lui è finalmente figlio.

Ci avviamo verso la salita tutti più leggeri, tutti più rinfrescati da questa visita.

Fino a quando Nicoletta inizia a giocare con Dario. Ma non è questo il momento. Stiamo camminando perché è ora di pranzo, dobbiamo muoverci, perché ora gli copre gli occhi e gli chiede: “Donde esta Dario?”. Poi vedo la signora paffuta che bacia Dario. Si volta, mi passa di fianco e mi mormora con voce tremante: “Ciao senorita”, io riesco solo a bofonchiare un ciao, perché per cercare di capire cosa stesse succedendo ho incrociato i suoi occhi e li ho visti tristemente lucidi. Guardo Dario nuovamente e cerca di divincolarsi, ha gli occhi aggrottati, fa così quando è arrabbiato, quando gli stanno facendo fare qualche cosa che non vuole fare, che non gli piace, è il suo modo per dire che non è d’accordo. Ora però non sta dicendo solo questo. I suoi occhi altrettanto lucidi stanno urlando:

Perché mamma? Perché se sono tuo figlio non posso venire a casa con te? Non è così? Non è forse che le mamme stanno insieme ai loro figli? Che vivono con loro. Che gli danno da mangiare e la sera sono loro che li mettono a letto? Mamma, non funziona così? È perché non ti piaccio? È perché sono così? Scusami mamma se sono così, veramente scusami, io cerco di non esserlo, ma non ci riesco, non ci riesco. Scusami mamma.

E poi si lascia tirare verso quella che, sebbene non voglia, è casa sua. E mentre si lascia tirare per mano si guarda indietro una, due, tre, dieci volte, con la costante speranza che sua madre lo avrebbe perdonato, avrebbe capito che non era colpa sua, lo avrebbe amato e lo avrebbe portato a casa con sé, che non l’avrebbe lasciato andare via senza di lei; come poteva non farlo? Era suo figlio. Erano stati bene al parco.

Ah, Dario è così perché è nato con un ritardo mentale, lieve. Questo ritardo mentale gli ha fatto bere una bottiglia intera di veleno per topi. È stato un attimo. Prima poteva vivere con sua mamma.

Dopo no.



giovedì 28 giugno 2012

Due compagne di stanza.




L’ho sempre trovato incredibile: sono qui dentro a trascorrere gli ultimi anni della mia vita e…non so con chi posso capitare in stanza. Io poi sono difficile. Ho dei problemi a trascorrere anche solo un week end nella stessa camera con te, se non ti conosco. Anche se non ti conosco bene. Anche se non ti conosco benissimo. Trascorrerei un week end nella stessa camera solo con 5 persone al mondo. Forse 4. Sicuramente 2. Sì, lo so, io sono difficile.

Però in questi posti si paga una barca di soldi e si entra sperando di trascorrervi ben più di un week end. E neanche posso portarmi la compagna di stanza da casa. Neanche posso sceglierla. L’ho sempre trovato incredibile.

E così non si sono scelte queste due signore e tutti sono sicuri che, conoscendosi, non si sarebbero mai scelte. Una sicuramente. L’altra non lo sappiamo.

Più di un anno a dividere le stesse notti e gli stessi risvegli. A partecipare, volenti o nolenti, alle malattie dell’altra, ai dolori dell’altra, alle difficoltà dell’altra. Più di un anno a mostrarsi in un’intimità che rende fragili agli occhi di un amico; che annienta agli occhi di uno sconosciuto.

Una più silenziosa e riservata. Raramente ha dato confidenza. Signora elegante nei modi e nei vestiti; nelle parole e negli oggetti riposti con cura sopra al suo comodino. Poteva sembrare antipatica nel suo distacco, ma era molto più simpatica di tanti tra i più amichevoli.

L’altra più chiacchierona e gioiosa, con quel suo modo di ridere tanto da trattenere il fiato fino a farti spaventare, per poi dirti: “Sciocca, non mi far ridere così che mi fa male!”. Sempre con qualcosa da dire, sempre al centro della scena, alla quale non puoi far altro che affezionarti, fosse solo per quel suo modo puntuale di ripetere a pappagallo tutto quel che stai dicendo, se non lo stai dicendo a lei, finchè non smetti di parlare con l’altra persona e non le dedichi tutta la tua attenzione.

Due signore così diverse, diventate per più di un anno, prime protagoniste nella vita dell’altra.

E tra tutte le coppie che da sempre nascono, mai nessuna ha avuto un corso così sbagliato e infelice.

Almeno secondo i racconti della più chiacchierona.

“Si lamenta sempre dei suoi mali. E cosa pensa? Che io non abbia mali? Li ho anch’io, ma mica passo tutto il giorno a lamentarmi con lei! E poi lo sai che è invidiosa? Perché io oggi ho fatto le scale e invece a lei non le lasciano fare perché non è capace. E io lo so che è invidiosa anche se non me lo dice.”

Non ho mai scoperto con certezza se questa antipatia fosse reciproca o solo dalla sua parte; ma ho sempre sospettato che l’altra signora fosse troppo superiore per badare a queste piccole cose.

Non come la prima, così avversa da non entrare nella mia stanza se già era presente l’altra.

Per più di un anno ho sentito frasi velenose: “La mia simpaticona passa il tempo a mettersi lo smalto: ma chi pensa che debba vedere le sue mani?? Non riceve mai visite! Anzi, ha sempre da ridire quando viene mia figlia, perché facciamo rumore, ma è solo perché lei non ha nessuno!”.

Fino a ieri. Quando la signora più chiusa, nel suo modo riservato, si è spenta. E tu non sei più riuscita a smettere di piangere. E forse non era così vero che lei non aveva nessuno. Per più di un anno ha avuto te che, sotto le tue cattiverie e le tue malizie, l’hai amata in un modo che neanche tu immaginavi.






E così non si sono scelte queste due signore e tutti sono sicuri che, conoscendosi, non si sarebbero mai scelte. Una sicuramente. L’altra non lo sappiamo.


domenica 24 giugno 2012

14 novembre.


Ci vedo dall’alto.

Belle come solo noi due sappiamo essere. Io nella mia eleganza disinvolta e di una semplice e sorridente bellezza. Lei, un colore in mezzo al grigio.

Che andiamo con i nostri pensieri, rabbrividendo un po’ nel freddo di novembre. Un occhio all’orologio e la testa a pensare ai pazienti della giornata e agli impegni del pomeriggio. È il momento in cui pianifichiamo quel che avverrà oggi, decidiamo quanta voglia abbiamo di fare le cose e scegliamo quella che aspetteremo con più piacere. E’ un momento solo nostro. Che oggi non è accompagnato da nessuna colonna sonora, perché col nuovo passamontagna le cuffie non ci stanno.

Ci vedo dall’alto e ci invidio. Mi piacerebbe far parte di quella coppia.

E poi non vedo più niente.

Vedo la pellicola che si interrompe bruscamente e se ne attacca un altro pezzo, che si vede che è finto, frutto dell’immaginazione; e non lo vedo precisamente perché mi fa male allo stomaco e sento gli occhi lucidi, quindi lo intravedo quanto riesco a sopportarlo; e ci intravedo mentre veniamo separate, perdo di vista lei e concentro la mia attenzione su di me e…

E mi faccio tenerezza. Mi faccio tenerezza, così indifesa, di fronte a qualcosa di inaspettato, improvvisamente sola, che non capisco. Mi fa tenerezza vedere il mio viso colpire un paletto, colpire terra, colpire il motorino, colpire qualcosa che non capisco cosa sia, non ricordo. Mi fa tenerezza lo sguardo smarrito, interrogativo, lo sguardo senza difese. Che non vuole creare disturbo, che vorrebbe dire che va tutto bene, perché non concepisce che qualcosa possa non farlo. Perché ancora pensa che deve andare a lavorare, perché deve andare da quella signora, lei me l’ha detto che senza di me non avrebbe saputo cosa fare, non posso permettermi di non andare da lei.

Mi vedo dall’alto. Sdraiata per terra, gli occhi chiusi. Muovo le gambe e le braccia, io le muovo, ma loro mi sembra che rimangano ferme. Credo di essere ancora viva perché mi sento che sono lì a terra, però inizio a temere che le cose che ho studiato e che ho sentito possano succedere anche a me. E inizio a sentire quella sensazione di impotenza, quella sensazione del prima potevi e un attimo dopo non puoi più. Ho paura come non ne ho mai avuta.

Rumori e voci intorno a me che non distinguo e che non ho voglia di sentire. Me ne sto lì, buona buona. Sono stanca. Non riesco ad aprire gli occhi, pesano troppo. Penso a come sia possibile essere ora sedute sulla Gilda e dopo un secondo sdraiate in mezzo alla strada, senza un collegamento tra questi due momenti. Uno non può prendere e sdraiarsi in mezzo alla strada nel traffico mattutino di Milano. Spero che qualcuno si occuperà di me, perché io ora non ci riesco. Non riesco a occuparmi di me. Tengo gli occhi chiusi e spero che qualcuno mi prenderà in braccio e mi porterà a casa. Continuo a non capire, però mi sembra di dire qualcosa. Rispondo a delle domande forse. Mi sembra di guardare un film, seduta al cinema, ma allo stesso tempo ho l’impressione di recitarlo. O forse ho l’impressione che qualcuno sia entrato dentro di me e faccia e dica delle cose che però non sono io a comandare. Vorrei che non fosse successo. È una seccatura.

So che sono una terapista occupazionale, ma non mi interessa ora che tu sappia che cos’è. So che giorno è, ma non so se te lo dico giusto. So che ti ho già chiesto dove stiamo andando, solo che non ricordo cosa mi hai risposto.

Sono miracolata? Boh..non le capisco queste cose. Credo di aver avuto un brutto incidente e credo anche che mancavo così tanto a qualcuno che mi voleva lì con loro, ma poi ha capito che forse era un gesto egoista e ha cercato di riparare. Credo semplicemente di aver avuto un brutto incidente e di essere stata fortunata.

Certo che io e la Gilda torneremo di nuovo insieme, a meno che lei non sia arrabbiata con me. Staremo più attente? No, perché lo siamo sempre state, non posso dire che lo saremo di più. Magari mi fiderò meno degli altri e non penserò più che certe cose a noi non succedono.

Certo che non so come troverò il coraggio di salire di nuovo sulla Gilda, ma so che senza paura non c’è coraggio, e la paura c’è.





lunedì 18 giugno 2012

Ieri, oggi e domani




Ha 58 anni e non capisce niente. Ma non come quel pedone che questa mattina ha attraversato con il rosso e lo stavi per investire; e neanche come il giornalista di cui abbiamo appena sentito il servizio al telegiornale o come il tuo fidanzato col quale hai litigato da poco. Lei non capisce niente come quando le dai in mano una tazzina del caffè e non capisce cosa debba farci con quel liquido nero dentro a un oggetto così piccolo. Improvvisamente fragile tra le sue mani. Che si può spezzare da un momento all’altro. Basta un movimento appena appena più brusco. Si può spezzare. Come la voce del marito che racconta.

Era una giornata di molti anni fa. Non ricordo precisamente quanti. Trenta forse, o forse meno. Sembra un’altra vita. Io ero di cattivo umore: avevo dormito male e avevo un esame importante quel giorno. Stavo andando in università con la bocciatura nella testa. Cercavo di ripassare nella mente tutte le leggi che avrei dovuto sapere a memoria. Quante cose inutili che cerchi di ricordare negli anni. Quanta memoria sprecata. In ogni caso non riuscivo a finirne nemmeno una. Ero in largo anticipo, allora sono entrato in un bar per bere un caffè e mi sono messo a leggere il giornale, tentando così di distrarmi. Poi la porta si apre. E quel campanello suona. Il campanello che avvisa che qualcuno sta entrando nel locale, mi stava avvisando in quel momento che mia moglie stava entrando nella mia vita. E che la stava cambiando. La mia vita di quel giorno. La mia vita di oggi. E la mia vita di domani.

Lei non sta ferma un attimo. Ormai non riesce più neanche a stare seduta su di una sedia. Cammina da un angolo all’altro della stanza. E tu la devi seguire perché non capisce che le sedie sono degli ostacoli; ci va a sbattere ripetutamente, rischiando così di cadere. In questo modo si è procurata il braccio viola che ha ora. È andata a sbattere contro la poltrona rossa nel salotto di casa sua. Ed è caduta. Come una bambina.

Ci abbiamo messo un’eternità a trovare una casa che ci piacesse. Io ci avrei messo anche meno tempo, ma a lei non andava mai bene niente. Abbiamo girato mesi e ogni volta che uscivamo da un appartamento o da una villetta che a me pareva splendida, lei diceva solo: “Non è lei”. Niente, nessuna spiegazione, semplicemente non era lei. Non avevo neanche il coraggio di arrabbiarmi: tutte le volte lo faceva sembrare un giudizio così ovvio. Poi un bel giorno mi telefona e mi dice con la musica nella voce: “Ok, trovata!”. Era lei. Ed era vero. Non poteva essere nessun altra che quella casa nostra. E così ci siamo sposati.

Ti guarda e scoppia a ridere. Senza motivo. O almeno senza motivo a te apparente. Inizia una frase che non finisce. Borbotta tra sé qualche verso. Si lascia scappare un timido sorriso e poi torna immediatamente seria e si guarda intorno. A un tratto riprende a camminare, in maniera diversa da prima, ora ha una meta: ha visto qualcosa e lo vuole. I suoi occhi hanno trovato quella bambola nella cesta. Lei si è avvicinata, ma non è in grado, da sola, di prenderla. Non è più in grado di prendere una bambola in braccio. La guarda, poi guarda te, poi guarda ancora la bambola. Sposta la sua emozione da un piede all’altro.

“La vuoi?”
“Sì, sì..la voglio..ecco..non so..sì..la voglio..non so..però..mah..boh..non so. Che bella che è..sì vediamo boh. Chi lo sa..devo andare..”

La prendi tu per lei e gliela metti tra le braccia. In questo momento è di nuovo mamma.

Quanto discuteva con nostro figlio!! Lo ha amato così infinitamente che per lui ha sempre voluto il meglio. Non gliene lasciava passare una. Io ero più ingenuo. Mio figlio mi ha fregato tante di quelle volte. Con lei invece non ci è mai riuscito. Tuttavia ho sempre visto quanto forte fosse quello che c’era tra loro. Non con gelosia, davvero, più con affetto. Anche tra me e lui c’è un legame fortissimo, ma il loro era … speciale. Fortificatosi con tutte le discussioni; inteneritosi con tutti i momenti in cui facevano la pace.

Ora è qualche anno che hanno divorziato. Lui si è fatto forza e ha trovato il coraggio di ricominciare da capo, di ricostruirsi una nuova vita, ripartire dal principio. Tuttavia in questi anni non l’ha mai lasciata e tutte le settimane almeno una giornata la passa insieme a lei. Insieme a questa donna di 58 anni, che peserà circa 40 chili, che fa la pipì addosso, che urla e che piange, che dice delle parole che non si capiscono. Insieme a questa donna che non lo riconosce più. Insieme a questa donna che ha cambiato la sua vita. Quella di ieri, quella di oggi e quella di domani.

Perché, per tutti i giorni a venire, lui si chiederà se ha fatto la cosa giusta decidendo di portare la donna in un luogo che lei inizierà a chiamare casa e dove, per tutti i giorni a venire, qualcun altro si prenderà cura di lei.


lunedì 11 giugno 2012

Scelgo me.


Ho voglia di andare via. Da questa città e dalla mia vita.
Dalla mia vita. Un’altra vita in questa città andrebbe bene.
Dalla tristezza e dalla stanchezza. Da una stanca tristezza.
Ho voglia di scegliere me.

Ho deciso. Finalmente.. Domani parto! Se qualcuno vuole venire con me sono contenta, ma se no vado anche da sola. Devo scappare, anche solo per due giorni, anche solo con me.

Mi sveglio e mi faccio una doccia che è il modo che preferisco per iniziare una giornata e la giornata della mia fuga deve iniziare nel modo che preferisco.

Preparo la borsa, mettendo dentro più libri che vestiti, prendo la chitarra e il computer, recupero un po’ di latte e una mozzarella, Mc Gyver mi suggerirà poi cosa farmene…

Non ho birra.

Una fuga senza birra non è una fuga, e una giornata iniziata con una doccia non ci pensa neanche di poter finire senza una birra. E le dò ragione. Ok, porto tutto in macchina e faccio un salto al supermercato.

Mi apriranno la macchina per portar via i miei libri?

Lo temo. Non mi fido più.
Non mi fido più degli altri.
Qualche tempo fa questo pensiero non avrebbe fatto in tempo a raggiungermi che io già sarei stata con in mano una bottiglia di Beck’s e nell’altra una lattina di Heineken, immersa nella puntuale indecisione. Oggi ho questo pensiero già mentre faccio la doccia.
Porto le cose in macchina, ma tengo sicuro sulle mie spalle il computer, potrebbe fare da esca ai miei libri se qualcuno lo vedesse in macchina.. Chiudo con la chiave il baule, faccio due passi per scovare tutti i ladri che, ne sono certa, sono lì nascosti solo per spiare i miei movimenti e poi torno indietro. Ad accertarmi di aver davvero chiuso la macchina. Chiusa.



Dopo lo smarrimento iniziale che, ogni volta, da buona cittadina, mi colpisce e mi fa domandare come mai i clacson delle macchine siano diventati suoni di campanacci di mucche o allegri cinguettii, sono tornata finalmente a essere leggera. Sono tornata finalmente a Serina.

Ed è con leggerezza che cammino per queste stradine, mentre due lattine di Heineken mi aspettano in frigorifero, solo perché la Beck’s mi costringeva a comprare tre bottiglie che, per una sera, sembravano esagerate anche alla mia fuga. La mia giornata iniziata con doccia per un po’ ha insistito, ma poi la fuga ha vinto..

Con leggerezza mi fermo da qualche parte, registrando nella mente immagini che chissà se prima o poi trasformerò in racconti. Intanto sto qui ad osservarle e inizio a trasformare me in prima spettatrice. Perché in questi due giorni ho voglia di scegliere me.

Con leggerezza scrivo un messaggio a una delle poche persone che so che mi capirà immediatamente; capirà quello che intendo; senza capire quello che non intendo.

“Bisognerebbe vivere a Serina. Altro che Milano e altro che Cogoleto.. A Serina c’è una magia che dà la merda anche alla magia di Bosco…”

Sarà la magia del tempo che si è fermato, non è passato e, aiutato dagli odori e dai profumi, mi fa vedere una piccola Lele che saltella, chiedendosi se anche oggi avrà le bolle di sapone dato che ieri per sbaglio le ha rovesciate; protetta dagli sguardi dei suoi nonni che, qualche metro dietro di lei, la amano tenendosi a braccetto, mentre una mano scivola nel portafoglio per prendere duemila lire che faranno la felicità della nipotina..

Crogiolandomi in questo passato rassicurante entro in edicola.

Voglio comprare il giornale perché quando vengo qui lo compro spesso. Mi sa di vacanza. Quando vado al lavoro non leggo il giornale, quindi se lo leggo sono in vacanza.

E voglio comprare anche “La settimana enigmistica” perché il nonno la comprava sempre alla nonna. Ora in casa ce ne sono solo di vecchie. Nessuno le ha più comprate. È un modo per farli sorridere. Quando mi vedranno comprarla e quando mi vedranno con la penna in bocca incerta sulle definizioni da scrivere.

In edicola non c’è nessuno.
È aperta, ma nessuno dietro al bancone.
Mi guardo un po’ in giro con un senso di onnipotenza, annientato immediatamente dalla vista di… “Topolino”!
Lo sfoglio.
Lo voglio.
Perché mi ricorda la zia e mi piace quando in montagna ci sono gli zii, ci sto bene. Ho voglia di leggere “Topolino” perché è famigliare; come questo paesino non è cambiato nel corso degli anni. Non mi ha mai tradito, non è mai sparito. Non è mai cresciuto.
Lo voglio.

Arriva la signora dell’edicola. Sorridendo. Come se fosse la cosa più normale del mondo avere il negozio, che dà direttamente sulla strada, aperto a tutti, senza nessuno che lo controlli. Vorrei chiederle se ha mai lasciato un computer in macchina. Vorrei chiederle cosa ne pensa di chi non si fida a lasciare il computer in macchina. Ma poi ho paura che capisca che stia parlando di me.

Le sorrido. Sia perché lei mi sorride, sia perché sorrido sempre. Credo che la gente debba sorridere di più. Io sto meglio quando la gente mi sorride, quindi penso che anche gli altri possano stare un po’ meglio se io gli sorrido. Gli altri pensano che io sia una babbea se sorrido sempre? Sorrido a questo pensiero.

“Vorrei questo giornale, “La settimana enigmistica” e… “Topolino”!”.

Che splendida leggerezza. Dire ad alta voce, e di fronte a qualcuno, che vuoi comprare “Topolino”, e vedere come l’altra persona pensi che voler comprare “Topolino” sia una cosa naturale.. che splendida leggerezza!

“Sono 5 euro e 30 centesimi”

Ho solo 5 euro.

Per sentirmi una perfetta montanara ho lasciato la borsetta in casa. Ho preso 5 euro, li ho messi in tasca e sono uscita. Sono tornata indietro a prendere il telefono perché la cittadina che è in me si rifiutava di fare altri due passi senza il suo smartphone. Almeno ci ho provato. Ma a prendere più di 5 euro non ci ho pensato. Non ho pensato che avrei voluto comprare “Topolino”.. Chi vuole comprare “Topolino”? Io no di certo..

Cosa faccio? Come si fa a scegliere tra la vacanza, la nonna e la zia? Nessuno dovrebbe mai essere posto di fronte a una scelta del genere. Figuriamoci una persona che è nel periodo della sua vita in cui non sa scegliere.

Vorrei improvvisare un ragionamento clinico, discutere insieme ai miei compagni di università questo dilemma etico. Vorrei discuterne con Julie, lei saprebbe cosa fare.

“Non si preoccupi, i soldi di “Topolino” me li può portare domani.”

Penso che la nonna è morta, quindi non può rimanerci male se lascio qui “La settimana enigmistica”. Ma la zia è forte, non si offenderà se rinuncio a “Topolino”. E poi io non ho bisogno di un giornale per sentirmi in vacanza, basta essere a Serina!

“Li può prendere tutti e tre, davvero. Finisce di pagarmeli domani..”

E se la nonna davvero riuscisse a vedere giù e ci rimanesse male? E se la zia non fosse poi così forte, lo venisse a sapere e si offendesse? E se io senza giornale mi sentissi oppressa dal lavoro?

“Signorina, ha capito quello che le ho detto?”

“No.. veramente no.. L’ho sentito, ma non è che l’ho capito tanto bene.. Cosa vuole dire che li posso prendere tutti e tre senza pagarli tutti e tre..?”

“Che non c’è problema e il resto me lo può portare domani quando scenderà in paese..”
“Li posso prendere, ora, senza pagarli, ora..?”
“Sì.. Me li pagherà domani..”
“Ma.. non ha paura che invece non glieli riporti.. Insomma.. dopotutto lei non mi conosce..”
“No..non ho paura..”
“Perché..?”
“Perché mi fido di lei.”

Grazie.

Grazie signora.
Che mi ha aiutato.

Che mi ha aiutato a scegliere me.